Archivi del mese: novembre 2008

2009 Osservato Speciale – La corsa al pallone d’oro

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A questo punto dell’anno il mondo del calcio ha già consacrato le sue squadre regine, consegnato le sue coppe e distribuito i suoi premi. Tranne uno, il pallone d’oro, il più importante trofeo a livello individuale. E, come quasi sempre accade, anche quest’anno il nome del vincitore sembra scontato. Tutti puntano sul talento del Manchester United e del Portogallo: Cristiano Ronaldo. I Red Devils sono riusciti nell’impresa di vincere campionato e champions e Ronaldo è stato il grande protagonista con 31 reti su 34 partite in premiership e 8 su 11 in Europa.
Il campione del Manchester ha anche superato il record appartenuto a George Best di 33 gol fra coppe e campionato, imbattuto da 40 anni. Dopo la rocambolesca vittoria del Manchester in finale a Mosca, con il Chelsea prima a un passo dal trionfo e poi sconfitto, l’altro grande appuntamento calcistico erano gli Europei. Fernando Torres ha incantato con la sua classe mista a fiuto innato per il gol ma le sue prestazioni, decisive per la conquista del titolo della Spagna, forse non basteranno a scalzare Ronaldo dal primo posto. Probabile quindi che alla fine risulterà secondo nella classifica di France Football. 

Leo Messi, malgrado una stagione non esaltante del Barcellona, si ritaglierà quasi certamente uno spazio sul podio, inseguito dal giocatore che in questi mesi sta dando grande sfoggio della sua classe e trascinando l’Inter, Zlatan Ibrahimovic. Il grande escluso, complici delle prestazioni non sempre straordinarie, sarà Kakà, su cui peseranno anche le colpe di un Milan deludente in Champions e in campionato.

Ma il 2009 è ancora tutto da scrivere. E mancando i grandi tornei delle nazionali, i più forti del mondo dovranno puntare tutte le loro fiches sulle coppe per club, senza far mancare il loro contributo anche nei rispettivi campionati. Giocare bene senza trionfi di squadra non basterà a vincere l’ambito premio e ad entrare negli almanacchi calcistici.

I nomi sono sempre gli stessi, con qualche nuovo talento a caccia di successi e di gloria.

Le schede dei candidati vincitori del 2009:

L’ANNO DI LEO MESSI

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E’ considerato il talento più straordinario del panorama calcistico internazionale. Diego Armando Maradona, neo ct dell’Argentina, conta su di lui per ricostruire una squadra vincente. E anche per il Barcellona è diventato ormai il giocatore simbolo in grado con un guizzo di cambiare gli equilibri delle difese avversarie. Se la muscolatura piuttosto fragile non gli darà noie, come spesso è capitato, e il Barça riuscirà a vincere la Champions, sarà senza dubbio lui il successore di Cristiano Ronaldo.

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CRISTIANO RIUSCIRA’ A RIPETERSI? 

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Dopo la stagione da urlo dello scorso anno Ronaldo deve confermarsi. Ripetere quelle prodezze che hanno portato il Manchester a vincere campionato e champions non sarà facile. Quest’anno è stato fuori nelle prime partite della stagione per un brutto infortunio e ancora non sembra recuperato pienamente. In più, i Diavoli Rossi hanno perso la supercoppa europea contro lo Zenit di San Pietroburgo e arrancano in campionato dietro al Chelsea. Vincendo il mondiale per club di dicembre, però, Ronaldo potrebbe trovarsi ancora fra i primi tre l’anno prossimo.

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TOCCHERA’ A ZLATAN?

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Dire che se lo merita, il pallone d’oro, è scontato. Le qualità tecniche e fisiche di Ibrahimovic sono indiscutibili. Dipendesse solo da quelle, glielo avrebbero già racapitato a casa. Le incognite riguardano piuttosto un carattere non proprio semplice e un rendimento in coppa dei campioni non sempre all’altezza della sua fama. La sua squadra poi, l’Inter, è ormai da troppo tempo lontana da un trionfo in Champions League e, se questa tendenza non cambierà, le chanches di Ibra di diventare il numero uno rimarranno basse. Mourinho riuscirà a far diventare il 2009 l’anno buono, per Zlatan e per i nerazzurri?

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KAKA’ E IL PURGATORIO DELLA COPPA UEFA

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E’ il numero uno del mondo in carica, pronto a cedere il trono quasi certamente al portoghese Ronaldo. Ha i numeri e la classe per vincerlo ancora, il pallone d’oro. Solo che per quest’anno sarà durissima. Il Milan, campione d’Europa nel 2007, è fuori dalla champions, il torneo più prestigioso che assicura la massima visibilità. E Kakà pagherà dazio per questa assenza. Vincere la coppa Uefa potrebbe non bastare. Servono anche il campionato, dove l’Inter è la squadra da battere, e il ritorno delle prestazioni eccezionali alle quali ha abituato i suoi tifosi. Nonostante questo il passato giocherà di certo a suo favore, facendolo entrare anche quest’anno e nel 2009 fra i primi 5 del mondo.

Il dubbio c’è, ma se queste immagini non fossero taroccate? La coppa Uefa conterebbe davvero poco…

GLOBETROTTER UNICO O BUFALA TECNOLOGICA?  

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LAVEZZI INFIAMMA NAPOLI. E IL MONDO?

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E’ l’uomo che sta ridestando nei napoletani quei sentimenti sopiti dall’addio di Diego Armando Maradona. Come il pibe de oro anche lui è argentino e possiede una classe fuori dal comune. Con Leo Messi ha contribuito in modo decisivo alla vittoria dell’Argentina alle olimpiadi di Pechino. Dribbling funambolici e velocità irresistibile lo stanno mettendo nelle mire dei più grandi club europei. Le potenzialità ci sono tutte, ma se vuole vincere il pallone d’oro deve convincere De Laurentiis a costruire un grande Napoli oppure cercarsi un’altra squadra.

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Pietro Bellantoni

La strana storia del pensionato miliardario

Ingvar Kamprad

Ingvar Kamprad

Nessuno bada a lui mentre cammina tra gli scaffali del supermercato. Il solito vecchietto in pensione che compara i prezzi dei prodotti alla ricerca dei più convenienti. Porta come tutti da sè le sue buste e come tutti attende il suo turno. Se alla cassiera dicessero che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e comune, è un potente ultramiliardario con interessi economici in tutto il globo, si farebbe una sonora risata, incredula.
Eppure l’anonimo vegliardo è il tycoon di un’industria che ha rivoluzionato nel mondo l’idea stessa di arredamento. E’ mister Ikea, Ingvar Kamprad, possessore di una fortuna personale stimata attorno ai 18 miliardi di euro.
Ikea stesso è l’acronimo delle iniziali del suo nome, di Elmtaryd, la fattoria dove è cresciuto, e di Agunnaryd, il villaggio d’origine nella provincia svedese di Smaland.
Spinge il carrello accompagnato dalla moglie e carica le sue provviste su una vecchia auto, la stessa da 15 anni. Stesso stile per i viaggi in aereo, sempre in classe economica. Grazie ad uno stile di vita riservato, che lo tiene lontano dai fotografi, quello che la rivista svedese Veckans affarer ha definito l’uomo più ricco del mondo, passa a tutti inosservato. Il miliardario deve essere eccentrico, si capisce, alle prese com’è con la noia di una vita che non pone limiti ai desideri materiali. Ma la storia del paperone che vive come uno che non riesce ad arrivare alla fine del mese è anticonformismo inedito. “In genere non voglio strafare nè essere diverso dai miei clienti. Ci tengo a dare il buon esempio”.
Uno stile improntato alla sobrietà borghese, in controtendenza rispetto allo stereotipo della razza padrona. E’ l’Ikea way of life, adottato in prima persona da chi l’ha inventato.
Il luogo sereno della vecchiaia di Kamprad è Epalinges, cantone svizzero di Vaud, un paesino di 7700 abitanti a 10 minuti di macchina da Losanna. Altro che metropoli o megaville in posti esotici. La casa, immersa nelle silenti foreste svizzere, rispecchia fedelmente l’approccio minimal del padrone. Un piccolo complesso di bungalow bianchi condivisi con la moglie Margaretha, da cui ha avuto 3 figli: Peter, Matthias, Jonas. Tutti ovviamente inseriti, dopo una lunga gavetta imposta dal padre, nei vertici manageriali Ikea.
Ufficialmente Kamprad è in pensione dall’86 ma, nonostante l’età (82 anni compiuti il 30 marzo) e la vita appartata, ancora adesso in azienda tutte le decisioni sottostanno al suo avallo finale.
La sua è la parabola comune a qualsiasi altro capitano d’industria che sente la vocazione al guadagno fin dall’adolescenza. I primi soldi li guadagna vendendo fiammiferi porta a porta in bicicletta. In seguito sperimenterà ogni tipo di mercato, da quello del pesce a quello delle decorazioni per alberi di natale, passando per le penne a sfera e le matite. A 17 anni aveva già accumulato quel tanto che bastava per creare la sua prima fabbrica, il germe del miracolo economico e industriale che conosciamo.
Kamprad conosce la sofferenza dello svantaggiato e la volontà di riscatto: dislessico, a suo dire

Insieme alla moglie

Insieme alla moglie

proprio questo handicap ha giocato una parte fondamentale per la fortuna del gruppo. I nomi in svedese dei mobili, per esempio, che hanno contrassegnato un brand, nascono dalla sua difficoltà a ricordare i numeri. Fortuna, determinazione, ambizione. Sono tutte categorie riscontrabili nel vissuto del patron di Ikea, insieme alla dipendenza dall’alcool e alla fedeltà giovanile a dottrine politiche deprecabili. L’attaccamento alla bottiglia, stando alle sue rivelazioni, non è mai stato morboso, mentre la vicinanza a gruppi nazisti è attestata e confermata da Kamprad stesso.
Nel 1994 la pubblicazione delle lettere personali dell’attivista di estrema destra Per Engdahl, nominavano Kamprad come membro degli Engdahl’s pro-nazi, avente l’incarico di reclutare nuovi membri al servizio della causa xenofoba. In seguito Kamprad definirà quella militanza razzista il più grande errore della sua vita, a cui tentò di rimediare anche scrivendo una lettera aperta di scuse ai suoi dipendenti ebrei.
Oggi trascorre la sua vecchiaia come un pensionato qualunque, nella pace e nell’anonimato garantiti dalle montagne svizzere, all’insegna di quella sobrietà e di quel minimalismo che tutto il mondo riconosce anche alla sua prodigiosa creatura.
Pietro Bellantoni

Quale futuro per Pino Maniaci?

Pino Maniaci

Pino Maniaci

Fino a qualche giorno fa di Pino Maniaci sapevo solo che era un siciliano senza paura che attraverso la sua Telejato denunciava le malefatte di Cosa Nostra. E’ stato il mio amico e collega Manfredi Lamartina a darmi la possibilità di dare un volto a quel nome e di conoscere più a fondo la sua coraggiosa battaglia.

Manfredi era venuto a sapere che mercoledì 19 novembre Maniaci avrebbe premiato un rapper palermitano allo Iulm di Milano, in occasione del “Premio videoclip 2008”. Così mi chiese di accompagnarlo per realizzare un servizio.

Arrivati in facoltà, non appena le porte scorrevoli si aprono, sento Manfredi dire: “Eccolo lì”. Malgrado l’ingresso trafficato, lo individuo subito. Un uomo piccolo e magro, il classico tipo che si conserva elastico e agile nonostante l’età, sulla sessantina. Mi colpiscono i suoi curatissimi baffoni alla Nietzsche, che dominano un volto scarno e solcato da lunghe grinze.

Maniaci riconosce subito Manfredi, a cui aveva rilasciato un’intervista alcuni mesi fa: sembra contento di vederlo e lo saluta con calore e un doppio bacio. Vengo presentato e la sua stretta di mano è forte e affettuosa. Posso scorgere una febbrile inquietudine nei suoi occhi che si muovono vivaci dietro gli occhiali, assumendo sguardi teatrali e ampiamente espressivi. Difatti molte frasi restano a metà: il resto, da buon siciliano, spetta alla mimica, anche quella delle mani.

La prima impressione che ne ricavo è di un uomo perfettamente a suo agio nei panni di paladino a rischio dell’antimafia. Ci dà il suo consenso per un’intervista.

Quelli che lo accompagnano lo invitano a prendere un caffè al bar. Maniaci invita di rimando anche noi e, mentre ci avviamo, tenendo sottobraccio Manfredi gli chiede: “Hai visto questo?”, “Quella puntata l’hai vista?”. Capisco che si riferisce ai servizi di Telejato. “Dalla Stalla…”. Intervengo: “Cos’è la Stalla?”. La Stalla è una zona di Partinico. “Un’area abusiva da dove la mafia gestiva i suoi traffici che ora è stata smantellata”. Grazie alla crociata di Maniaci. “Ottenuta la delibera per la demolizione, nessuna ditta ha voluto eseguire i lavori. Abbiamo fatto venire i guastatori dell’esercito”. Da allora Maniaci conduce i suoi programmi seduto su una sedia in mezzo alla Stalla, divenuta ormai un simbolo.

Al tavolino del bar, nonostante mi conosca da un quarto d’ora, mi rende partecipe di indiscrezioni scottanti, segreti non troppo difficili da scoprire, della sua personalissima sfida alla mafia.

Mi ricordo che è sotto tutela. Qualcosa di simile all’essere sotto scorta. Il mio istinto paranoico mi porta a pensare che, probabilmente, mentre noi tre stiamo chiacchierando, qualcuno potrebbe guardarci, qualcuno potrebbe riferire. Oppure qualcuno potrebbe sparare… Allontano queste possibili sciocchezze. La mafia non è sconfitta, dice. L’hanno piegata e colpita duramente, ma è ancora lontana dall’essere battuta, come da molte parti si inizia già a raccontare. 

Maniaci parla e parla, racconta ed è tranquillo anche quando accenna a macchine bruciate, intimidazioni, contatti troppo ravvicinati della figlia – anche lei impegnata con il fratello nell’attività di denuncia condotta dal padre – con superboss dai “portafogli a soffietto” e senza scrupoli. 

Nel suo coraggio si specchia l’assenza del mio. Già schierarsi pubblicamente contro la mafia, impegnarsi contro di essa, deriderla e sputtanarla, è un atto di eroismo incosciente. Farlo poi con la collaborazione della tua famiglia, dei tuoi figli, è follia pura e semplice.

Lo ascolto con attenzione, ma nella mia testa si fa strada un pensiero filmico e parallelo. Mi vedo in un futuro imprecisato, davanti a un microfono e a un giornalista che parla. “Lei ha conosciuto Maniaci, con il suo assassinio la mafia ha vinto?”.

Si dice che i sogni, anche quelli ad occhi aperti, se comunicati non si avverano.

Questo post vuole essere un omaggio e un’occasione per scongiurare una tragica eventualità.

Pietro Bellantoni

L’arrocco della Continental

E’ guerra aperta fra la tedesca Continental e Schaeffler Group, il gruppo bavarese specializzato nella produzione di cuscinetti a sfera che martedì ha presentato un’offerta di 11,2 miliardi di euro per l’acquisto del colosso dei pneumatici. Continental ha detto seccamente di no, giudicando l’Opa inadeguata rispetto al valore del gruppo. Schaeffler ha incassato il rifiuto ma è decisa a portare avanti l’attacco.

Ad alzare i toni della contesa ci ha pensato il numero uno di Continental, Manfred Wennemer, che ha parlato di un comportamento “egoistico e irresponsabile” di Schaeffler, per fatturato tre volte più piccola di Continental. Se l’acquisizione dovesse andare in porto, secondo Wennemer, “la società verrebbe spezzettata e la divisione pneumatici venduta”, senza nessun vantaggio per Continental.

L’ad di Schaeffler, Juergen Geisseinger, ha assicurato che nei suoi piani non c’è lo spezzatino e che Continental continuerà ad essere quotata in Borsa e ad avere sede ad Hannover.

Martedì era trapelato che il gruppo Schaeffler era arrivato a controllare direttamente e tramite delle opzioni il 36% di Continental. La società non aveva dichiarato la sua quota in Continental, assicurandosi in modo diretto solo il 2,97% (dal 3% scatta l’obbligo di dichiarare l’operazione) e avviando degli strumenti finanziari per comprare un ulteriore 4,95%. Per conto di Schaeffler, inoltre, diverse banche si sono assicurate il 28% di Continental.

Insomma, Schaeffler detiene una quota che le garantirebbe la maggioranza nell’assemblea degli azionisti. Una scoperta questa che ha portato Wennemer a tuonare contro i mezzi usati da Schaeffler, secondo lui in aperta violazione delle regole informative vigenti in Germania. Toni che non sono piaciuti a Schaeffler, che critica “lo stile dello scontro scelto” da Wennemer.

Subito dopo il rifiuto Continental è passata al contrattacco. Secondo indiscrezioni starebbe preparando un aumento di capitale per resistere alla scalata. L’obiettivo è proprio quello di diluire il peso azionario di Schaeffler. Che non ha intenzione di aumentare l’offerta di 69,37 euro per azione, nonostante il titolo Continental abbia chiuso martedì a 73,42 euro, rilanciato proprio dalla notizia dell’Opa. 

Secondo alcuni analisti Schaeffler avrebbe fatto un’offerta intenzionalmente bassa, affinchè fosse respinta. Ora, infatti, il gruppo ha la possibilità di acquisire altre azioni senza essere costretto a presentarne una nuova.

Non è la prima volta che Continental finisce nelle mire di un grande gruppo. Già nel 1990 ci aveva provato – senza successo – Pirelli.

L’impressione è che la guerra tedesca farà echeggiare il tintinnar di spade ancora a lungo.

Pietro Bellantoni

17 luglio 2008

Fisco, gli italiani azzeccano sempre l’errore giusto

Gli italiani sono allergici alle tasse. E’ quello che emerge da uno studio di Giulio Zanella dell’Università di Siena e di Roberto Galbiati dell’Università Bocconi. La ricerca ha analizzato un database di 80 mila italiani scoprendo che i tre quarti del campione hanno fornito, intenzionalmente o meno, dati sbagliati al Fisco per l’accertamento delle tasse da versare. Mentre quando a dover essere dichiarati erano i crediti che lo Stato deve al cittadino il 90% ha comunicato con esattezza gli importi.
L’evasione fiscale ha anche un movente psicologico. A determinarla non sarebbe soltanto la spinta a darla in barba allo Stato non corrispondendo all’erario il dovuto, ma avrebbe una certa responsabilità anche il cosiddetto fenomeno del “moltiplicatore sociale”.
Sarebbe la società e lo spirito di emulazione che comporta a generare gli evasori. La tesi dei due studiosi, presentata nel corso del congresso Eea-Esem in corso alla Bocconi, sostiene che il “moltiplicatore sociale”, dovuto all’emulazione, è la causa della diffusione rapida dell’evasione fiscale ma, tuttavia, è al tempo stesso un rimedio efficace contro la malattia.
“Abbiamo analizzato il fenomeno attraverso la lente del moltiplicatore sociale – spiega Galbiati – chiarendo con un modello matematico quanto l’evasione da parte dei singoli cittadini sia legata a un comportamento di emulazione nei confronti dei vicini che la praticano”.
Malgrado ciò, se il “lo fai tu allora lo faccio anch’io” allarga a macchia d’olio il problema, il fallimento del dolo da parte di un singolo comporta l’effetto boomerang di un ritorno alla legalità dei più. “Se l’evasione viene scoperta – spiegano i ricercatori – oltre al singolo individuo anche altre persone avranno un maggiore timore di essere scoperte e quindi si otterrà un rapido effetto traino”.
Tutto a beneficio dello Stato. Lo studio evidenzia infatti come, per ogni euro speso contro l’evasione fiscale, se ne recuperano in media 2,3. Dunque, l’aumento delle risorse di controllo antievasione dell’ultimo governo Prodi, secondo Galbiati, avrebbe dato un giro di vite decisivo al fenomeno.
Per Galbiati e Zanella, l’evasione è una forma di investimento: “è razionale non pagare le tasse se ci si aspetta che anche altre persone portino a frutto senza danni lo stesso tipo di operazione”. Il cittadino immagina che più evasione significa maggiori controlli, ma pensa che questo comporti anche più difficoltà nello scovare le singole persone che compiono il reato.
Ma smascheratane una l’effetto sarà contrario e doppio.
Pietro Bellantoni
30 agosto 2008

A beautiful Mike – Fenomenologia di un successo

mikefoto26Umberto Eco contro Mike Bongiorno. Il carnefice geniale all’attacco della vittima inerme. E’ il 1963 quando il futuro scrittore de Il nome della rosa pubblica Diario minimo, una raccolta di scritti brevi destinata a fare epoca e ad innescare un fervido e avvincente dibattito culturale. Uno dei saggi, su tutti, scatenò la reazione trasversale di opinionisti, teste d’uovo, esponenti del jet set. La Fenomenologia di Mike Bongiorno.

L’oggetto era la televisione ancora bambina, i suoi effetti sul pubblico, i suoi contenuti, i suoi protagonisti. Il paradigma fu Mike. Assunto come simbolo ed emblema della mediocrità che piace al pubblico. Perchè in essa può specchiarsi e pensare inconsciamente di poterla superare.

Umberto Eco

Umberto Eco

“Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. […] quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta.

[…] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. […] In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […] professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto. […] Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi.

[…] Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più fecondo di lui. […] Mike Bongiorno è privo del senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso […] Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

Ecco, a 45 anni di distanza, il giudizio di Mike sulla Fenomenologia e sul suo autore.   

 

Pietro Bellantoni