Il lavoro nero ci costa 573 euro l’anno a testa

Il lavoro nero è sempre più una piaga per il nostro sistema paese. Un malcostume ormai annoso e diffuso che ostacola fortemente le possibilità di crescità dell’economia italiana. Si sapeva che a detenere il primato del sommerso è il sud, stavolta però sono stati quantificati i suoi effetti reali.

Secondo uno studio condotto dalla Cgia di Mestre, il lavoro nero sottrae 573 euro per ogni cittadino italiano,  per un mancato gettito fiscale e contributivo pari a 33 miliardi e 508 milioni.

In tutto, il suo valore economico supera i 90 miliardi di euro, una cifra che rappresenta più di un terzo dell’intera economia sommersa, stimata in 254 miliardi e 96 milioni (il 17,8% del Pil). La ricerca si addentra nelle cifre relative ad ogni regione, con la Calabria in testa alla classifica con una incidenza del lavoro irregolare sul Pil pari al 17,4%. A seguire la Basilicata (13,5%), la Sicilia (12,8%) e la Campania (12,3%). Ma anche al nord le percentuali hanno un qualche peso sulle sorti dell’economia. Il sommerso in Veneto sottrae il 4,6% del Pil, l’Emilia Romagna il 4,2%, la Lombardia il 3,7%.

Calcolati anche gli effetti del lavoro nero sulle imposte evase per ogni residente di ciascuna regione. Ancora la Calabria in testa con 900 euro per residente. Poi la Basilicata con 830 euro e la Sardegna, con 809 euro. A chiudere il Veneto con 476 euro procapite, la Toscana con 470 e la Lombardia con 422 euro.

Per Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre, “combattere il sommerso è una delle priorità che il Governo deve affrontare. Non solo per i risvolti economici ma soprattutto per garantire più sicurezza, legalità e diritti per i lavoratori”.

Pietro Bellantoni

20 luglio 2008

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Una risposta a “Il lavoro nero ci costa 573 euro l’anno a testa

  1. L’ormai mitica Cgia di Mestre ed il suo ancor più mitico capo Bortolussi sono diventate delle fonti d’informazione quasi indispensabili per aiutarci nella comprensione della realtà della nostra spesso indecifrabile Nazione.
    Quest’ultima ricerca – i cui risultati un calabrese come chi scrive può dire di aver già avuti presenti per averli, per così dire, “respirati” insieme con l’aria – aggiunge argomenti alla mia radicata convinzione per la quale la grandissima parte, se non la quasi totalità, dei problemi che, come si sarebbe detto un tempo, “angustiano la vita della Nazione” derivano dalla scarsa effettività che cittadini e istituzioni della Repubblica annettono alle proprie stesse norme giuridiche.
    E già mi pare di udire le obiezioni di chi pensa che, se si pretendesse da dipendenti e imprese la più rigorosa osservanza delle norme – a cominciare da quelle relative a fisco e sicurezza sul lavoro – la metà della nostra economia finirebbe in ginocchio. Io penso invece che crescerebbero la qualità, la produttività e la sicurezza del lavoro. E ci libereremmo di molti delinquenti travestiti da imprenditori.

    Giovanni Panuccio

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