Un inferno chiamato autostrada

 Alcuni, prima di imboccare la corsia di accelerazione, tenendo fermo il volante con la sinistra, fanno il segno della croce. Altri portano automaticamente la mano ad accarezzare il cornetto rosso scaccia sventura. Altri ancora, nel momento fatale, voltano lo sguardo al sedile del passeggero, verso i loro cari, amici, parenti. Si assicurano che abbiano indossato la cintura di sicurezza. Ma la maggior parte dei calabresi ormai non ci fa più caso. Entrano nelle carreggiate infernali persuasi, per forza di cose, che tutte le autostrade del mondo siano come la loro, l’ormai mitica, o forse mitologica come i mostri, SA-RC.

L’autostrada che collega la Calabria al resto della penisola, più di ogni altro simbolo rappresenta l’emblema di una regione distaccata, quasi irraggiungibile, diversa, pericolosa. I calabresi hanno messo squame d’acciaio sulle loro auto e sul loro coraggio. Quotidianamente la percorrono imponendosi dei surplus di concentrazione e attenzione spesso non necessari a chi viaggia al nord. Conoscono i rischi. Prova ne sia che gran parte degli incidenti riguarda persone estranee a questo tipo di viabilità alternativa (nel senso letterale dell’alternanza: si è sballottati continuamente da una corsia ad un’altra, da una carreggiata ad un’altra), provenienti dal resto del Paese o stranieri.

Villa san Giovanni. L’auto macina asfalto velocemente mentre, prettamente sulla corsia di sorpasso, cerca di farsi largo fra i grandi tir appena sbarcati dai traghetti FS e Caronte. Hanno molta fretta gli autisti, chiedono tutto ai loro motori potenti nell’illusione di poter recuperare il tempo perduto per l’imbarco a Messina, poi per la traversata dello Stretto, lo sbarco. Quanto lo vorrebbero il ponte! Un ticket e via, Sicilia e Calabria unite da questo colosso ipertecnologico, a quattro corsie, orgoglio architettonico italiano nel mondo. Ma cotanta perfezione mal si concilierebbe con l’inefficienza trentennale della SA-RC.

Santa Trada. Fra Villa e Scilla, il primo accenno di un calvario lungo 400 km. Deviazione, corsia destra chiusa, tutti a sinistra. I cassoni dei camion spinti all’estremo ondeggiano pericolosamente per seguire i birilli posti al centro della carreggiata. Poche centinaia di metri e la strada torna regolare e ordinata. Tre gallerie male illuminate e si arriva a Scilla. Di nuovo la strada torna a restringersi e stavolta non per pochi metri. Si cammina incolonnati per un km e lo sguardo non abituato a questo modo di procedere è attratto dal corridoio vuoto. Sembra tutto in perfetto stato, l’asfalto è integro, non ci sono operai con giacche rifrangenti arancioni al lavoro. Semplicemente è chiuso e il perché non è immediatamente comprensibile. 2 km e un cartello eloquente. Due carreggiate e una freccia puntata a sinistra che le attraversa. I paletti stringono sempre più fino a spingere le auto verso una ripida discesa, il collegamento di due strade asimmetriche: una più in alto, l’altra più bassa. C’è uno stop. Per entrare in corsia bisogna attendere che non arrivi nessuno sfrecciando alle spalle. Poi, prima innestata e giù l’acceleratore per togliersi in fretta da un guaio. La carreggiata porta a sud, ma qui anche a nord. Chi sale e chi scende, in un’unica e angusta strada, solo dei birilli di plastica a separare. Colonne di auto a sinistra, colonne di auto a destra.

Guidare e vedere la mole rumorosa dei camion correre a pochi metri dalla propria fiancata è un’esperienza unica. I brividi sono costanti. Uno starnuto e una piccola sterzata provocherebbero un’ecatombe di auto e uomini. Un insetto fastidioso nell’abitacolo causerebbe l’effetto domino ben espresso dall’esempio della farfalla che sbatte le ali in Cina. Un guasto all’auto bloccherebbe il traffico per ore. Le autorità hanno chiesto pazienza ai viaggiatori: sono in corso i lavori di ammodernamento nel tratto fra Gioia Tauro e Reggio, diversamente non si può fare. Ma i calabresi da quando è stata costruita non hanno mai visto la loro autostrada agibile. Quella che cercano di far passare come una condizione straordinaria, di fatto è sempre stata la regola.

In fila indiana, la lingua d’asfalto s’inerpica sui costoni dell’Aspromonte. La strada in salita porta pian piano verso il punto più alto di tutti i 400 km. Qui si snoda uno dei ponti più alti d’Europa. Collega un paio di valli e dal basso i suoi sostegni sembrano i trampoli di un gigante. Si torna sulla carreggiata nord, ma i paletti sono ancora lì a segnare una corsia unica. Questo è forse uno dei tratti più pericolosi dell’intero percorso. La strada adesso è delimitata da blocchi di cemento pesante alti e spessi. Fino a pochi anni fa, invece, a separare i viaggiatori dal baratro c’era soltanto un guardrail rinforzato e raddoppiato in altezza, fasciato da una rete metallica.

Questo è lo scenario che ha dato materiale per decenni a cronache di vere e proprie carneficine, incidenti spaventosi spesso ignorati dall’opinione pubblica. Se si potesse raggiungere a piedi, la zona sarebbe colma ad ogni metro di mazzi di fiori a ricordo delle tragedie che qui si sono consumate. Padri, figli, famiglie intere distrutte, annientate, inghiottite dall’infinito gorgo che da decenni la SA-RC continua ad alimentare.

Tutt’intorno gli scheletri di montagne scarnificate, prossime ospiti del nuovo percorso, oggetto delle cure della Impregilo, la società di costruzioni più grande ma anche più discussa d’Italia. Fra colonne di fumo denso e movimento incessante di mezzi pesanti, i lavori di cantiere procedono regolarmente. Affidati, per lo più, in subappalto alle ditte locali, le quali si servono dei mezzi per le grandi opere della Impregilo, quelli per la trivellazione delle rocce o per il trasporto dei materiali di sostegno ai ponti e gallerie, ma sostanzialmente hanno il controllo dei cantieri. Le infiltrazioni della ‘ndrangheta sono certe e l’interesse a che i lavori proseguano ad oltranza, con gran dispendio di denaro pubblico, pure. D’altronde è così che funziona su quest’autostrada da decenni. Non è la negligenza o l’incompetenza dei costruttori e degli amministratori a determinare i cantieri perenni sulle strade, bensì una volontà precisa, perpetrata proprio da coloro che ne traggono beneficio.

A queste altitudini e in queste condizioni di viabilità la cosa peggiore che può capitare sono i banchi di nebbia, purtroppo molto frequenti”, dice Giuseppe, barista della stazione di servizio di Bagnara, “si è costretti ad andare avanti a tentoni, senza un punto di riferimento perché spesso le strisce sono sbiadite, con le auto che procedono nell’altra corsia nel senso opposto. Senti solo il rumore del motore, o lo sferragliare dei tir. In quel caso non resta che raccomandare l’anima a Dio”. E’ una situazione temporanea? “Si viaggia così da sempre”.

Palmi. Finito il lungo ponte, l’automobilista ha la possibilità di testare efficacemente la reattività di risposta alla sterzata della propria macchina: dei birilli colorati tracciano una gincana folle, a volte di difficile interpretazione. Dalla corsia destra alla sinistra, poi di nuovo a destra per trasferirsi una curva dopo nella carreggiata sud. Si va avanti così per chilometri. Con la paura di sbagliare. Di immettersi per sbaglio nel corridoio contrario. Di trovarsi di fronte all’improvviso un’auto che viene incontro, senza possibilità di fuga.

Gioia Tauro. Ogni variante al percorso ufficiale implica lo scontro frontale. Morte sicura.
A osservare con occhio lucido la SA-RC ci si stupisce che dopotutto la maggior parte dei viaggiatori ne esca indenne. Attraversandola ci si rende conto di quanto è vicina la morte, di come, alla fine, ci accompagni sempre, nella vita e ad ogni curva, ad ogni frenata. Un’autostrada metafora di una vita che resiste.

Rosarno. All’uscita dall’ultimo paletto, dopo 65 km percorsi pericolosamente, gli automobilisti danno gas, finalmente la strada sembra allungarsi nella normalità. L’asfalto è nuovo, le strisce perfettamente visibili, la carreggiata larga con l’aggiunta della corsia d’emergenza. E’ un tratto ultimato da poco. Ma è solo un tratto. La normalità dura solo 15 km. E chissà per quanto tempo ancora.

Vibo Valentia. Lo stato d’emergenza da queste parti è stato da molto tempo assunto come regolarità. A terra le strisce sono gialle: il segnale indica a chi viaggia che l’autostrada è temporaneamente non in perfette condizioni e lo esorta a fare attenzione. Solo che quelle strisce sono gialle da più di 20 anni. Cantieri aperti ai tempi della prima repubblica e mai chiusi.

La SA-RC è una manna per tutte le cosche calabresi. Ogni famiglia ha il suo tratto da gestire e la sua fetta di finanziamenti da intascare. Le imprese di costruzioni che operano sull’autostrada, usano strategie ormai consolidate nel tempo. Una di queste riguarda l’uso dei materiali. Senza tener conto dei progetti iniziali, si utilizzano prodotti scadenti di facile usura, in modo tale da rendere necessari interventi continui di manutenzione.

Lamezia terme. Le strisce gialle seguono il tragitto fino all’uscita a Lamezia. Luogo dell’affarismo mafioso, della ‘ndrangheta capitalista. Le pale eoliche ingombrano i monti circostanti, ma sono tutte ferme. Camminare in questa piccola cittadina di poche decine di migliaia di abitanti può dare l’impressione di trovarsi in una grande città del nord. Lungo la statale, ogni 50 metri si erge una concessionaria d’auto. Tutte le marche più famose, ma anche le emergenti giapponesi e indiane. In città lungo ogni via, ad ogni angolo di strada, le insegne degli istituti di credito. Ce ne saranno una trentina. Supermarket e centri commerciali sono distribuiti capillarmente su tutto il territorio. L’aeroporto di Lamezia, in pochi anni, da punto di snodo marginale è diventato lo scalo più importante della Calabria, con voli anche internazionali.

Un sistema che funziona insomma (anche troppo, per la verità), segno che anche qui, se c’è la volontà, le cose possono funzionare come in ogni altra parte d’Italia. Una testimonianza delle capacità, purtroppo quasi sempre sopite, di questo popolo, che stride con la bolgia di lamiere e cemento della SA-RC. Un cantiere perpetuo che nessuno ha intenzione di chiudere visti gli interessi economici in ballo. Un percorso a ostacoli e un gioco alla morte che confina sempre più la Calabria nel suo mondo, incomprensibile per lo più al resto d’Italia.

Pietro Bellantoni

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2 risposte a “Un inferno chiamato autostrada

  1. ma Lamezia ha più di 70.000 abitanti, non “poche decine di migliaia”, che ne fanno la terza città della Calabria

  2. Molto bello e confortevole, dalla mia poltrona in pelle, questo viaggio sulla più bella e ben asfaltata mulattiera d’Italia.

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