La strana storia del pensionato miliardario

Ingvar Kamprad

Ingvar Kamprad

Nessuno bada a lui mentre cammina tra gli scaffali del supermercato. Il solito vecchietto in pensione che compara i prezzi dei prodotti alla ricerca dei più convenienti. Porta come tutti da sè le sue buste e come tutti attende il suo turno. Se alla cassiera dicessero che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e comune, è un potente ultramiliardario con interessi economici in tutto il globo, si farebbe una sonora risata, incredula.
Eppure l’anonimo vegliardo è il tycoon di un’industria che ha rivoluzionato nel mondo l’idea stessa di arredamento. E’ mister Ikea, Ingvar Kamprad, possessore di una fortuna personale stimata attorno ai 18 miliardi di euro.
Ikea stesso è l’acronimo delle iniziali del suo nome, di Elmtaryd, la fattoria dove è cresciuto, e di Agunnaryd, il villaggio d’origine nella provincia svedese di Smaland.
Spinge il carrello accompagnato dalla moglie e carica le sue provviste su una vecchia auto, la stessa da 15 anni. Stesso stile per i viaggi in aereo, sempre in classe economica. Grazie ad uno stile di vita riservato, che lo tiene lontano dai fotografi, quello che la rivista svedese Veckans affarer ha definito l’uomo più ricco del mondo, passa a tutti inosservato. Il miliardario deve essere eccentrico, si capisce, alle prese com’è con la noia di una vita che non pone limiti ai desideri materiali. Ma la storia del paperone che vive come uno che non riesce ad arrivare alla fine del mese è anticonformismo inedito. “In genere non voglio strafare nè essere diverso dai miei clienti. Ci tengo a dare il buon esempio”.
Uno stile improntato alla sobrietà borghese, in controtendenza rispetto allo stereotipo della razza padrona. E’ l’Ikea way of life, adottato in prima persona da chi l’ha inventato.
Il luogo sereno della vecchiaia di Kamprad è Epalinges, cantone svizzero di Vaud, un paesino di 7700 abitanti a 10 minuti di macchina da Losanna. Altro che metropoli o megaville in posti esotici. La casa, immersa nelle silenti foreste svizzere, rispecchia fedelmente l’approccio minimal del padrone. Un piccolo complesso di bungalow bianchi condivisi con la moglie Margaretha, da cui ha avuto 3 figli: Peter, Matthias, Jonas. Tutti ovviamente inseriti, dopo una lunga gavetta imposta dal padre, nei vertici manageriali Ikea.
Ufficialmente Kamprad è in pensione dall’86 ma, nonostante l’età (82 anni compiuti il 30 marzo) e la vita appartata, ancora adesso in azienda tutte le decisioni sottostanno al suo avallo finale.
La sua è la parabola comune a qualsiasi altro capitano d’industria che sente la vocazione al guadagno fin dall’adolescenza. I primi soldi li guadagna vendendo fiammiferi porta a porta in bicicletta. In seguito sperimenterà ogni tipo di mercato, da quello del pesce a quello delle decorazioni per alberi di natale, passando per le penne a sfera e le matite. A 17 anni aveva già accumulato quel tanto che bastava per creare la sua prima fabbrica, il germe del miracolo economico e industriale che conosciamo.
Kamprad conosce la sofferenza dello svantaggiato e la volontà di riscatto: dislessico, a suo dire

Insieme alla moglie

Insieme alla moglie

proprio questo handicap ha giocato una parte fondamentale per la fortuna del gruppo. I nomi in svedese dei mobili, per esempio, che hanno contrassegnato un brand, nascono dalla sua difficoltà a ricordare i numeri. Fortuna, determinazione, ambizione. Sono tutte categorie riscontrabili nel vissuto del patron di Ikea, insieme alla dipendenza dall’alcool e alla fedeltà giovanile a dottrine politiche deprecabili. L’attaccamento alla bottiglia, stando alle sue rivelazioni, non è mai stato morboso, mentre la vicinanza a gruppi nazisti è attestata e confermata da Kamprad stesso.
Nel 1994 la pubblicazione delle lettere personali dell’attivista di estrema destra Per Engdahl, nominavano Kamprad come membro degli Engdahl’s pro-nazi, avente l’incarico di reclutare nuovi membri al servizio della causa xenofoba. In seguito Kamprad definirà quella militanza razzista il più grande errore della sua vita, a cui tentò di rimediare anche scrivendo una lettera aperta di scuse ai suoi dipendenti ebrei.
Oggi trascorre la sua vecchiaia come un pensionato qualunque, nella pace e nell’anonimato garantiti dalle montagne svizzere, all’insegna di quella sobrietà e di quel minimalismo che tutto il mondo riconosce anche alla sua prodigiosa creatura.
Pietro Bellantoni

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