Archivi del mese: maggio 2009

Viaggio nella televisione fai da te

C’è stato un tempo, in Italia, in cui televisione era sinonimo di Rai. Pensare al recente passato può far sorridere, soprattutto alla luce delle nuove possibilità offerte dal web 2.0. Oggi per diventare un editore televisivo bastano un paio di clic e una web tv è pronta a ospitare qualsiasi tipo di contenuto video: intrattenimento, informazione, clip musicali, format amatoriali. Chiunque può dar vita a un canale personalizzato e rivolgersi a un pubblico potenzialmente planetario.

Di piattaforme gratuite che ospitano questa nuova genìa di editori è pieno il web: Mogulus, Ustream, Coolstreaming, solo per citare le più famose. Quasi tutte danno la possibilità di trasmettere in diretta e caricare video on demand. E per conoscere i gusti del pubblico c’è un sistema auditel interno che mostra la classifica delle web tv più seguite.

Il loro successo, però, è sempre legato alla qualità dei contenuti: se manca, il canale è destinato all’oblio, inghiottito dall’oceano della rete.

La scuola di giornalismo dell’Università Iulm a ottobre ha inaugurato CampusTv (http://www.mogulus.com/campusmultimedia), dove sono trasmesse tutte le inchieste, le interviste, i servizi realizzati dagli studenti durante le loro attività. In pochi mesi, i visitatori si sono collegati per più di 170 mila minuti.

CampusTv ha realizzato la prima diretta il 24 novembre, in occasione della conferenza “Stati Uniti ed Europa tra Bush ed Obama”, organizzata dal consolato americano e dall’Università Iulm. Da allora gli studenti hanno seguito sul campo molti eventi, fra i quali il più importante è stato il Festival del Giornalismo di Perugia, dall’1 al 5 aprile. Il dibattito “Ve lo do io Grillo: politica, satira e informazione nell’epoca dei blog”, al quale partecipava Marco Travaglio, è stato seguito da più di mille spettatori. Contemporaneamente, CampusTv balzava al primo posto fra le web tv di Mogulus.

Pietro Bellantoni

Annunci

Calcio e pugni: la dura vita degli arbitri italiani

A convivere con la paura forse ci si abitua. Chiedere agli arbitri. La capacità arbitridi autocontrollo deve essere una loro prerogativa, oltre a una buona dose di sano masochismo. Altrimenti meglio cambiare mestiere. Soli, muniti esclusivamente di fischietto e coraggio, ogni domenica centinaia di arbitri, spediti in isolati campi di provincia, si ritrovano a dirimere le rimostranze di giocatori offuscati dalla trans agonistica, a placare dirigenti e allenatori poco propensi al dialogo, a fare i conti con un pubblico non educato alle virtù sportive. E spesso questo clima di tensione sfocia in vere e proprie aggressioni fisiche. Un fenomeno vecchio come il calcio.

L’Aia (Associazione italiana arbitri) organizza corsi che assicurano ai direttori di gara una buona preparazione fisica e teorica e li educano a comportamenti al tempo austeri e decisionisti. Ma nessuno insegna loro a controllare la paura. Secondo un’analisi condotta nel 2007 dai 19 comitati regionali, nel solo quinquennio dal 2002 al 2006 si sono verificati 2088 casi di violenza sugli arbitri. Minacce verbali escluse. Si tratta di aggressioni con conseguenze fisiche valutabili in almeno cinque giorni di prognosi: 620 nel 2002/03; 515 l’anno successivo; 393 nel 2004/05; 449 nel 2005/06. Violenze imputabili per il 90% a tesserati (65% calciatori e 25% dirigenti) e per il restante 10% al pubblico. Le regioni più a rischio? Calabria, Campania, Lombardia, Lazio e Sicilia.

Queste cifre nel febbraio 2007 spinsero l’allora presidente dell’Aia, Cesare Gussoni, a istituire un Osservatorio per il monitoraggio della violenza consumata ai danni degli arbitri. L’Osservatorio, mantenuto dall’attuale presidente Marcello Nicchi, ogni mese stila un elenco delle violenze perpetrate, le regioni in cui sono avvenute, chi le ha commesse e in quali campionati. L’intento, disse all’epoca Gussoni, «è quello di tenere informata l’opinione pubblica sugli atti di violenza subiti da molti giovani arbitri, da cui deriva il grave disagio di tutta la categoria arbitrale». Ma quando Labiulm ha chiesto di consultare i dati, dal quartier generale si sono levati gli scudi. Francesco Meloni, segretario Aia, prova a spiegare: «Il presidente è contrario alla diffusione di questi dati». Una politica controversa che di certo non aiuta a capire la complessità del problema. Trovando un varco fra le maglie silenziose della federazione, Labiulm è riuscito comunque a consultare i tabulati. Nel 2007 i casi accertati di aggressione sono stati 358, una cifra cresciuta nel 2008, con 399 episodi. Nei primi mesi del 2009 (da gennaio a marzo) le violenze sono già state 82. Campania, Puglia e Lazio si confermano regioni ad alta intensità (rispettivamente con 116, 135 e 76 episodi in tre anni), con la new entry Toscana in preoccupante crescita (92).   

Il fenomeno è dunque endemico e le misure preventive per contrastarlo non stanno dando i risultati auspicati. Forse perché considerare l’arbitro un venduto meritevole di violenze verbali e fisiche, è ormai un fatto culturale. L’arbitro va sbeffeggiato, fischiato, ingiuriato, sempre. In alcuni casi, è lecito anche picchiarlo. Atteggiamenti che spesso sono legati all’immagine che il calcio dà di sé a livello nazionale. Varie analisi di settore, infatti, dimostrano che la violenza nei campi di gioco periferici aumenta significativamente all’indomani di episodi deprecabili avvenuti nella massime categorie.

Tuttavia, gli arbitri di serie A e degli altri campionati professionistici minori hanno ormai superato il guado. Qui, la possibilità di ricevere bastonate per un rigore assegnato o una espulsione comminata è piuttosto remota. Nei campionati dilettantistici, invece, finire all’ospedale per le intemperanze di giocatori, dirigenti e pubblico non è poi un’ipotesi tanto peregrina. Anche perché le forze dell’ordine non di rado disertano le partite, lasciando l’arbitro solo e senza tutele. Non mancano quei direttori di gara che, in occasioni di gare a rischio, si rifiutano di dare il fischio d’inizio. Ma questo può rivelarsi un clamoroso autogol. S.D., arbitro di promozione della sezione provinciale di Reggio Calabria, spiega: «Un atteggiamento del genere rischia di esacerbare gli animi in partenza. Così spesso decidiamo di iniziare lo stesso la gara anche senza forze dell’ordine». Quanto valgono questi rischi? «Settanta, al massimo ottanta euro a gara. Spese escluse». 

Pietro Bellantoni

La crisi sta alla larga da City Life

Per un attimo si è pensato che la crisi economica e il delicato momento del citysettore immobiliare potessero ostacolare l’intero progetto. Invece, sembra che il cammino di City Life, il piano di riqualificazione del quartiere storico della Fiera Milano, proceda con il vento in poppa. La possibilità, paventata da molti, di un quartiere nuovo di zecca semideserto nel centro di Milano, con appartamenti vuoti e uffici sfitti, si è rivelata solo un’ipotesi sbagliata e pessimista. I lavori, iniziati nel 2007, procedono regolarmente e con tutta probabilità saranno ultimati prima dei tempi previsti per la consegna, fissata nel 2015. La società City Life (partecipata da Generali Properties, Gruppo Allianz, Immobiliare Lombarda e Lamaro Appalti) ha annunciato che fra 18-24 mesi sarà inaugurato il primo dei cinque lotti residenziali, quello progettato dall’architetto Zaha Hadid, già assegnato ai nuovi proprietari. Infatti, le prenotazioni di chi vuole acquistar casa o affittare uffici nel nuovo quartiere si accavallano da più di tre anni. Un successo, spiega Mario Breglia di Scenari Immobiliari, «dovuto soprattutto alla qualità degli edifici e al prezzo degli appartamenti, superiore solo del 10% rispetto a quelli del mercato di zona, dove si spendono 7.000 euro al metro quadro per avere delle case già usate».

Dunque, non solo City Life non sarà un investimento fallimentare ma, allo stato attuale delle cose, si pone come un modello imprenditoriale virtuoso in un contesto economico dove il settore immobiliare mostra tutte le sue difficoltà.   

I buoni risultati di City Life, infatti, stridono con gli ultimi dati del mercato milanese e nazionale. I prezzi delle case italiane sono in flessione, come confermano alcuni recenti studi che registrano un’erosione della valutazione al metro quadro tra il 4% (dati Tecnocasa) e il 6% (dati Gabetti). A Milano la percentuale di svalutazione arriva invece all’1,6%. Nonostante i prezzi più bassi, però, comprare casa è diventato più difficile. Il motivo, secondo l’ad di Immobiliare.it, Carlo Giordano, è semplice: «l’accesso al credito in forma di mutuo è stato drasticamente ridotto da parte delle banche, rendendo così difficile l’acquisto della casa ad ampie fasce di popolazione». Il risultato è che il tempo medio di vendita si è allungato notevolmente, passando da 4,3 a 6,2 mesi.

A ciò va ad aggiungersi anche un tasso di sfitto degli uffici salito dal 7,25% del 2008 al 19,75% nel solo capoluogo lombardo, mentre a livello nazionale il “vacancy rate” è aumentato di 2,3 punti percentuali nelle città, fino a un incremento del 5,3% nell’hinterland.

«Il primo trimestre del 2009 è stato negativo – continua Breglia – anche se comunque molto meno di quello che ci si poteva aspettare. Di sicuro il secondo migliorerà e alla fine l’anno si chiuderà positivamente rispetto al 2008». Ottimismo, dunque. Le difficoltà del mattone ci sono ma la crisi, secondo gli operatori del settore, è destinata a essere superata presto. Una crisi che, in barba a molte previsioni, non ha scalfito minimamente il progetto d’avanguardia di City Life.

Pietro Bellantoni

La rinascita di via Ventura a Milano

Sono due i mondi che convivono in via Ventura. Uno sta lentamente venturascomparendo per lasciare spazio al nuovo, all’innovativo. Dopo anni di abbandono, di dominio visivo di fabbriche fatiscenti e vuote, l’ex periferia industriale di Lambrate si sta reinventando come polo attrattivo del design, dell’arte e di diverse culture. Via Ventura è l’epicentro di questo movimento, nato dall’idea visionaria di due architetti, Mariano Pichler e Gianluigi Mutti, che hanno trasformato la gigantesca ex fabbrica della Faema in un luogo in cui si concentrano esigenze alternative dell’abitare, gallerie d’arte e di design, agenzie pubblicitarie e studi di architettura.

Accanto alle fabbriche sopravvissute, si possono ammirare le opere delle gallerie Massimo De Carlo, Prometeo e Pianissimo; giovani artisti si mischiano a vecchi ex operai residenti; baristi cinesi servono caffè espresso. Qui sorge anche il Politecnico del Design, frequentato da centinaia di studenti stranieri. E stranieri sono i ragazzi della scuola araba sull’altro lato della strada. In pochi anni la piccola via Ventura è diventata un centro culturale e multiculturale di rilievo. Un modello di riqualificazione urbana destinato a essere imitato.

Pietro Bellantoni