Archivi del mese: luglio 2009

Viaggio nella movida, fra blitz e test antialcol

L’appuntamento è alle undici in corso Matteotti. Il vicecomandante Alberto Gregnanini e l’ispettore capo Daniele Lieti arrivano a bordo di una Fiat Stilo grigia. Sono in borghese, e la prima impressione è che siano due amici pronti per un tranquillo venerdì sera. In realtà, davanti a loro si prospetta una lunga notte di lavoro, con l’orecchio sempre attento alla radio di servizio che gracchia informazioni provenienti da ogni parte della città. Inizia così il viaggio dentro la movida torinese, vista però dalla prospettiva della polizia municipale, dalla parte cioè di chi deve contenerla, limitarla, garantendo la sicurezza stradale e l’ordine pubblico.

La prima tappa è il parco del Valentino. Come ogni weekend, davanti alla facoltà di architettura si accalca il popolo della notte. Trovare un parcheggio non è semplice, e così qualcuno ha pensato di sradicare alcuni paletti che bloccavano l’accesso ad un’area vietata, garantendosi un altro centinaio di posti auto. «Abbiamo investito molte energie al Valentino – dice Gregnanini – e, malgrado episodi come questo, gli effetti si vedono. Il parco oggi è più fruibile che un tempo». Questo anche grazie all’aumento del numero degli agenti e alle nuove forme di collaborazione con le altre forze dell’ordine.

Dopo un lungo giro, l’auto riparte verso piazza Vittorio, dove presidi di vigili e polizia bloccano gli accessi ai Murazzi. Tutto intorno, la solita confusione di persone, musica e auto in coda. Tutto procede senza incidenti, la radio rimane muta. «Giornata di grazia – nota Gregnanini -. Di solito a quest’ora siamo come delle palline da flipper, in giro da una parte all’altra della città. Agosto si avvicina, c’è meno gente». Piazza Vittorio è però il solito parcheggio abusivo. «Capiamo i problemi di chi ci vive – interviene Lieti – ma non possiamo considerare i ragazzi che vengono qui come il male assoluto».

In piazza Castello, c’è un presidio per i controlli alcolemici: otto agenti, un’unità cinofila e la postazione per i test. Le auto vengono fatte accostare in zone sicure, poi il guidatore soffia dentro al precursore, uno strumento giallo che funge da pre-test: se la spia rossa si illumina, si passa all’etilometro, per l’esito definitivo. «Tutte le nostre pattuglie sono attrezzate per questi test. Quando abbiamo iniziato, il 25% dei controllati superava la soglia consentita. Oggi solo il 6% oltrepassa lo 0.50 previsto dalla legge. Siamo orgogliosi di questi risultati».

Subito dopo, si riparte verso via Cirio, dove finanzieri e vigili stanno intervenendo per smantellare le bancarelle abusive davanti al mercato di “Vivi Balon”. Gli ambulanti, per lo più immigrati, attendono davanti alla loro merce, avvolta in lenzuola o dentro scatole di cartone. Gregnanini osserva il lavoro dei suoi uomini e commenta: «Sono molte le lamentele per il degrado della zona. Spesso queste persone vendono oggetti pescati nei bidoni dell’immondizia e risistemati. Il nostro è un approccio preciso: presenza costante. Così si evita di affrontare i problemi quando è troppo tardi».

Si risale in macchina per una nuova puntata in centro. La folla diminuisce lentamente e anche i locali dei Murazzi si attrezzano per chiudere i battenti. Anche se la serata volge al termine, nove pattuglie in tutta la città sono ancora in servizio, come ogni notte. Alle tre e mezzo il giro si conclude. «Ora inizia il momento critico – chiosa Gregnanini -, quello in cui siamo chiamati ad intervenire per gli incidenti più gravi».

Pietro Bellantoni

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Le note profonde di Deidda per Cesare Pavese

Cesare Pavese

Cesare Pavese

Ancora poesia e momenti di alta riflessione grazie alla musica di Mariano Deidda, ospite stasera del Pavese festival, a Santo Stefano Belbo (ore 21.30, agriturismo Gallina). E proprio a Pavese Deidda dedica la sua arte, dopo averla già amabilmente costruita attorno ai versi di Fernando Pessoa e Grazia Deledda. Una decisione non casuale, visto che proprio quest’anno ricorre il centenario della nascita dell’autore de La luna e i falò, testimone di quel “disagio di vivere” che nel 1950 lo portò al suicidio in una stanza dell’hotel Roma di Torino.

L’opera di Deidda ripercorre tutta l’esperienza letteraria di Pavese, creando una cornice appassionata di note per i suoi versi che si manifestano così in tutta la loro profondità e disperazione. Uno spettacolo emotivo e coinvolgente, da non perdere per gli amanti della letteratura e della musica d’autore.

Pietro Bellantoni

Amiat pensa al suo futuro senza Basse di Stura

Per Amiat la discarica di Basse di Stura è un capitolo chiuso. L’azienda si appresta ad approvare un budget senza i ricavi della discarica, il cui futuro si dibatte fra chi vorrebbe chiuderla come da accordi il 31 dicembre e chi chiede una proroga di altri sei mesi, nei quali sfruttare i 200 mila metri cubi di spazio che mancano al suo esaurimento. “Il bilancio di un’azienda si può fare solo con le certezze, e la certezza per ora è che Basse di Stura chiuderà”, è il commento di Maurizio Magnabosco, amministratore delegato di Amiat.

Restano dubbi, tuttavia, su come l’ex municipalizzata riuscirà a compensare i mancati introiti della discarica, al momento la più importante fonte di ricavi. Sul tavolo del Comune ci sono diverse soluzioni, una delle quali prevede di far confluire Amiat all’interno della Sap, la società acque potabili, ipotesi questa che piace molto al sindaco Sergio Chiamparino. L’alternativa sarebbe la costituzione di un consorzio o la partecipazione di investitori privati. Si auspica una decisione già a settembre, perchè posticipare ancora secondo la dirigenza Amiat sarebbe un disastro. “L’importante – ribadisce Magnabosco – è dare ad Amiat un futuro come azienda che produce ricavi”.

Pietro Bellantoni

La raccolta differenziata non piace ai torinesi

La raccolta differenziata non è ancora entrata nelle abitudini dei torinesi. Anzi. Uno studio commissionato dall’Amiat parla di 18 residenti su 100 continuano a non separare i rifiuti. L’indagine – condotta su un campione di 1.021 persone – evidenzia in modo chiaro come una parte significativa della popolazione non sia convinta della necessità della differenziata e indica, fra i più negligenti, i residenti di Crocetta, Lingotto, Borgata Aurora, Mirafiori Sud e del centro. Quartieri dove si riscontra una ostinata resistenza a qualsiasi tipo di sollecitazione a una gestione del ciclo dei rifiuti più consapevole.

Il confronto con i dati 2007, però, dimostra che complessivamente la sensibilità ambientale dei torinesi è aumentata, con un maggior interesse verso la pulizia delle aree verdi e il riconoscimento dell’importanza della raccolta porta a porta. In particolar modo, viene riconosciuta ad Amiat una grande efficienza soprattutto per quel che riguarda la raccolta differenziata, la pulizia dei marciapiedi e la capacità comunicativa.

Segnali positivi dunque per l’ex municipalizzata, che proprio a settembre dovrebbe dare il via all’installazione di nuovi cassonetti, a partire dal quartiere Crocetta. I nuovi contenitori avranno una forma a proiettile e non potranno essere bloccati dalle auto, circostanza che attualmente non permette lo svuotamento dei bidoni.

La fiducia nei confronti di Amiat, da quanto emerge dalla ricerca, è tale che se l’azienda dovesse quotarsi in borsa, un torinese su due considererebbe l’acquisto delle sue azioni un buon investimento. A ciò si deve aggiungere anche il modo in cui gli operatori Amiat vengono percepiti dalla gente. Per i più, si tratta di presenze rassicuranti, utili, e i giudizi positivi aumentano man mano che lo studio si sposta verso il centro, dove gli addetti Amiat hanno più contatti con i residenti.

«Abbiamo deciso di fare un’indagine per capire cosa i cittadini sanno di noi – spiegano all’Amiat -. Alla fine è emersa chiara una maggiore consapevolezza dei cittadini riguardo alle tematiche ambientali e un sincero apprezzamento verso l’opera di educazione che l’azienda ha intrapreso nelle scuole».

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

La grande finzione del made in Italy

La grande bufala del made in Italy sbarca in tavola: camion di vitelli provenienti dall’Irlanda senza certificati sanitari; cisterne di latte tedesco e lituano diretto verso grandi produttori italiani di formaggi Dop; mezzene prive di autorizzazioni alimentari; mozzarelle salentine che nel Salento non c’erano mai state.

Gli agricoltori e allevatori che un mese e mezzo fa protestavano sui valichi del Frejus hanno scoperto scenari preoccupanti per l’industria agroalimentare piemontese e nazionale. Sempre più spesso costretta a competere con prodotti stranieri di origine incerta e spacciati come made in Italy. «Le nostre esportazioni sono sottoposte a rigidi controlli – lamenta Francesco Carrù, presidente di Copagri Piemonte -, mentre da noi non ci sono seri controlli alle frontiere. E questo sta mettendo in seria difficoltà le aziende italiane».

Proprio per questo, anche la Coldiretti ha deciso di mobilitarsi, con presidi, manifestazioni e blitz nei supermercati, come forma di protesta a tutela dei prodotti nazionali, sempre più minacciati dalle importazioni straniere.

Il refrain scelto per quella che è già stata soprannominata «un’estate calda» sarà «via dagli scaffali il falso made in Italy». E’ Paolo Rovellotti, presidente di Coldiretti Piemonte, a spiegare il perché di queste iniziative: «Le nostre imprese sono sempre più minacciate. Vogliamo che ogni prodotto mostri bene in etichetta il luogo di origine e che l’Europa stabilisca regole uguali per tutti». A essere danneggiati da questa assenza di controlli sono i consumatori ma soprattutto le imprese agricole locali, già costrette a confrontarsi con prezzi europei pagando però costi nazionali, più alti che in altri paesi comunitari. Per questo, la Coldiretti chiede al ministero dell’Agricoltura di rendere noti gli elenchi delle industrie che importano materie prime dall’estero e poi le rivendono come prodotti italiani. Oltre alla richiesta di una legge che renda obbligatoria l’indicazione dell’origine dei prodotti.

I dati a disposizione di Coldiretti per il solo comparto lattiero-caseario parlano di 7 milioni e 500 mila quintali di latte importati ogni anno in Piemonte, a fronte di una produzione regionale di 8 milioni e 500 mila quintali. «Il flusso continuo di latte e derivati che si muove dalla Germania, dalla Francia e dalla Lituania deve essere reso pubblico, poiché ne va della trasparenza del rapporto fra mondo economico e consumatori», recita il comunicato Coldiretti. Problemi analoghi anche per altri settori, come quello ortofrutticolo, nel quale i prodotti esteri occupano una fetta di mercato pari al 28%, rispetto ai 4 milioni e 800 mila quintali di prodotti offerti dagli agricoltori piemontesi. Non va meglio nel settore carni, dove si riscontra un import che copre il 50% del fabbisogno regionale. E spesso il consumatore è del tutto ignaro di comprare straniero. Insomma, di prodotti italiani al 100% ce ne sono pochi sulla nostre tavole.

Cresce, nel frattempo, il malcontento dei produttori verso quello che Rovellotti definisce «un abuso nei confronti dell’agricoltura italiana». «Abbiamo bisogno dell’etichettatura di tutti i prodotti – ribadisce Bruno Rivarossa, direttore di Coldiretti Piemonte -: latte, formaggi, cereali, vino. Su quelli stranieri non possiamo dare nessuna garanzia e spesso non hanno i requisiti per definirsi “italiani”».

A questa concorrenza sleale si aggiungono poi i problemi legati agli scarsi controlli su tutta la filiera, che comportano prezzi cinque volte inferiori rispetto a quelli finali pagati dai consumatori. Ciò vale soprattutto per il latte: «Agli agricoltori vengono riconosciuti 20 centesimi a litro – continua Carrù -, a fronte dei 40 che spende. Poi però negli scaffali il prezzo arriva a 1.55 euro». Gli fa eco Riccardo Chiabrando, presidente di Coldiretti Torino: «La colpa è della grande distribuzione che strozzina l’agricoltore». 

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

“La mia vita tra le piscine e il corpo dei vigili”

Ha passato buona parte della sua vita ai bordi delle piscine di tutto il mondo. Valter Gerbi, 51 anni, torinese, ha iniziato la sua carriera nella federazione nuoto 30 anni fa, facendo tutta la gavetta di rito: dalle competizioni locali fino a quelle nazionali e internazionali. Una carriera che nel 2004 lo ha portato a essere giudice di gara alle Olimpiadi di Atene e che fa convivere con il suo lavoro di addetto stampa e responsabile della centrale operativa della polizia municipale di Torino. Oggi è a Roma, dove è speaker delle gare di tuffi in occasione dei mondiali di nuoto.

Allora Gerbi, com’è questa avventura romana?


«E’ bellissima, sono davvero emozionato. Sono qui in veste di speaker  e posso godermi appieno le gare e apprezzare le performance di questi atleti meravigliosi».

Lei è ufficiale della federazione italiana nuoto e speaker di quella del mondo. Quale dei due ruoli preferisce?

«Sono due cose diverse, ognuna emozionante a modo suo. Certo fare il giudice di gara comporta più responsabilità, più tensioni. Qui a Roma invece ho il compito di commentare le gare per il pubblico presente. E’ un ruolo importante, perché devi essere capace di entusiasmare il pubblico, di farlo essere caloroso. E poi bisogna incoraggiare gli atleti, provocare un applauso quando ne hanno più bisogno. Tutto questo migliora le gare».

Il nuoto non è la sua unica passione…
«In effetti, no. Faccio lo speaker per molte altri sport: pallacanestro, tai-box, nuoto pinnato. Poi ci sono tanti altri eventi, come le manifestazioni della città di Torino, quelle della protezione civile, le feste per la chiusura dei corsi di educazione stradale».
Ma come fa a conciliare queste attività con il suo lavoro per la polizia municipale?

«A dire la verità quello non è il mio unico lavoro. Da 13 anni sono infatti anche ispettore della Siae. Come faccio? Dormo solo tre ore a notte».
Roma però non è dietro l’angolo…

«In occasione come queste sfrutto le ferie. (Ride, ndr) Lo sport sono le mie vacanze. Anche se, anche da qui, non perdo tempo per svolgere alcuni lavori e mandare dei comunicati urgenti. Insomma, non mi fermo un attimo». 

 
A che cosa si deve questa sua passione per lo sport?

«Soprattutto al fatto che stare accanto a questi ragazzi è un’emozione unica. Perché sono grandi atleti ma prima ancora grandi uomini, che fanno tantissimi sacrifici per arrivare a certi risultati. E sono sacrifici puliti, soprattutto nel nuoto. E poi mi gratifica dare il mio piccolo contributo a sport che, in un’Italia dove sembra esserci solo il calcio, non sono mai considerati abbastanza». 

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

“Quella notte abbiamo sentito Armstrong”

E’ il 20 luglio 1969 e milioni di persone in tutto il mondo sono incollate al televisore, mentre due uomini – Edwin Aldrin e Neil Armstrong – stanno per realizzare un’impresa epocale. I migliori fisici e ingegneri della Nasa, da Houston, comunicano con gli astronauti. In teoria nessuno può ascoltarli. Solo in teoria. Perché oltre l’oceano, in Italia, e precisamente a San Maurizio Canavese, due fratelli – Giovanni Battista e Achille Judica Cordiglia – dalla loro stazione di radioascolto stanno seguendo lo sbarco dalla viva voce dei protagonisti. La Repubblica ha chiesto a Giovanni Battista, perito fonico al Tribunale di Torino, di raccontare tutte le emozioni di quello storico evento.

Domani ricorrerà il quarantennale dello sbarco. Voi siete stati dei testimoni privilegiati. Ci racconta quella notte?

«Fu straordinaria. Seguimmo in diretta tutte le fasi dell’allunaggio. Ascoltavamo le radiocomunicazioni degli astronauti con la stazione di Houston, anche se la ricezione non era sempre continua. Noi stessi avevamo progettato e costruito le antenne e ripristinato i ricevitori, utilizzando dei residuati bellici della seconda guerra mondiale».

Dove vi trovavate?

«In un’ala inutilizzata della villa di famiglia. Con noi quella notte c’erano 200 persone, amici e soprattutto giornalisti, per i quali eravamo diventati preziosi, visto che spesso sapevamo ciò che avveniva in orbita prima che le agenzie spaziali lo rendessero pubblico».

Che cosa si dicevano i due astronauti?

«In realtà Armstrong e Aldrin parlavano poco. Percepivamo la loro paura di commettere un errore che poteva far fallire la missione, nella quale ci furono comunque dei momenti critici.

Quali?

«Tutto era stato preparato nei minimi particolari, ma qualcosa andò storto lassù. Quando il Lem (il modulo lunare, ndr) si accingeva a toccare il suolo, gli astronauti si resero conto che si sarebbe adagiato su una roccia che lo avrebbe reso instabile. Un nostro amico fisico, che traduceva dall’inglese, ci disse che si stavano spostando verso una zona dove sarebbe stato più facile atterrare».

Lo sbarco sulla luna fu una delle prime dirette della Rai. Vi chiesero una mano?

«No. Noi abbiamo curato la radiocronaca per la Radio della Svizzera Italiana. Pochi sanno, inoltre, che quella notte i giornalisti Rai, Tito Stagno a Roma e Ruggero Orlando a Houston, commisero un errore. Annunciarono infatti l’allunaggio qualche minuto prima che venisse effettivamente compiuto. Siamo stati noi a comunicare il momento preciso».

Voi avete cominciato a “origliare” quanto avveniva nello spazio nel ’57. Oltre allo sbarco, avete sentito il battito cardiaco della cagnolina Laika e la voce di Yuri Gagarin. Di questi, quale fu il momento più emozionante?

«Sicuramente lo sbarco, insieme però alla tragica missione di tre astronauti sovietici, due uomini e una donna. Era il maggio ’61. Ancora oggi rabbrividisco. La navicella durante la fase di rientro, per una errata manovra, si surriscaldò, e noi intercettammo la voce della donna, dopo che i suoi compagni erano morti. Comunicava con la base e ripeteva ossessivamente: “Ho caldo, ho caldo. Vedo le fiamme”. Poi non sentimmo più niente. Probabilmente la nave spaziale si disintegrò. Ma l’agenzia sovietica si guardò bene dal comunicarlo».

Perché?

«Era una strategia. I sovietici, a differenza degli americani, rendevano pubblici solo i successi, non i fallimenti. Ecco perché a un certo punto anche noi cominciammo a dare fastidio. Eravamo in piena guerra fredda, e la lotta nello spazio era in sostanza una lotta per il dominio del pianeta. A un certo punto il Kgb cominciò a spiarci».

Voi contro il Kgb?

«Un giorno venne da noi il corrispondente della Tass (agenzia di stampa dell’Urss, ndr) a Roma, voleva vedere la nostra attrezzatura. In seguito scoprimmo che si trattava di un uomo del Kgb. Quando andò via, bussò alla nostra porta un agente del Sifar, il controspionaggio italiano. Insomma, capimmo di avere le spalle coperte».

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino