“Quella notte abbiamo sentito Armstrong”

E’ il 20 luglio 1969 e milioni di persone in tutto il mondo sono incollate al televisore, mentre due uomini – Edwin Aldrin e Neil Armstrong – stanno per realizzare un’impresa epocale. I migliori fisici e ingegneri della Nasa, da Houston, comunicano con gli astronauti. In teoria nessuno può ascoltarli. Solo in teoria. Perché oltre l’oceano, in Italia, e precisamente a San Maurizio Canavese, due fratelli – Giovanni Battista e Achille Judica Cordiglia – dalla loro stazione di radioascolto stanno seguendo lo sbarco dalla viva voce dei protagonisti. La Repubblica ha chiesto a Giovanni Battista, perito fonico al Tribunale di Torino, di raccontare tutte le emozioni di quello storico evento.

Domani ricorrerà il quarantennale dello sbarco. Voi siete stati dei testimoni privilegiati. Ci racconta quella notte?

«Fu straordinaria. Seguimmo in diretta tutte le fasi dell’allunaggio. Ascoltavamo le radiocomunicazioni degli astronauti con la stazione di Houston, anche se la ricezione non era sempre continua. Noi stessi avevamo progettato e costruito le antenne e ripristinato i ricevitori, utilizzando dei residuati bellici della seconda guerra mondiale».

Dove vi trovavate?

«In un’ala inutilizzata della villa di famiglia. Con noi quella notte c’erano 200 persone, amici e soprattutto giornalisti, per i quali eravamo diventati preziosi, visto che spesso sapevamo ciò che avveniva in orbita prima che le agenzie spaziali lo rendessero pubblico».

Che cosa si dicevano i due astronauti?

«In realtà Armstrong e Aldrin parlavano poco. Percepivamo la loro paura di commettere un errore che poteva far fallire la missione, nella quale ci furono comunque dei momenti critici.

Quali?

«Tutto era stato preparato nei minimi particolari, ma qualcosa andò storto lassù. Quando il Lem (il modulo lunare, ndr) si accingeva a toccare il suolo, gli astronauti si resero conto che si sarebbe adagiato su una roccia che lo avrebbe reso instabile. Un nostro amico fisico, che traduceva dall’inglese, ci disse che si stavano spostando verso una zona dove sarebbe stato più facile atterrare».

Lo sbarco sulla luna fu una delle prime dirette della Rai. Vi chiesero una mano?

«No. Noi abbiamo curato la radiocronaca per la Radio della Svizzera Italiana. Pochi sanno, inoltre, che quella notte i giornalisti Rai, Tito Stagno a Roma e Ruggero Orlando a Houston, commisero un errore. Annunciarono infatti l’allunaggio qualche minuto prima che venisse effettivamente compiuto. Siamo stati noi a comunicare il momento preciso».

Voi avete cominciato a “origliare” quanto avveniva nello spazio nel ’57. Oltre allo sbarco, avete sentito il battito cardiaco della cagnolina Laika e la voce di Yuri Gagarin. Di questi, quale fu il momento più emozionante?

«Sicuramente lo sbarco, insieme però alla tragica missione di tre astronauti sovietici, due uomini e una donna. Era il maggio ’61. Ancora oggi rabbrividisco. La navicella durante la fase di rientro, per una errata manovra, si surriscaldò, e noi intercettammo la voce della donna, dopo che i suoi compagni erano morti. Comunicava con la base e ripeteva ossessivamente: “Ho caldo, ho caldo. Vedo le fiamme”. Poi non sentimmo più niente. Probabilmente la nave spaziale si disintegrò. Ma l’agenzia sovietica si guardò bene dal comunicarlo».

Perché?

«Era una strategia. I sovietici, a differenza degli americani, rendevano pubblici solo i successi, non i fallimenti. Ecco perché a un certo punto anche noi cominciammo a dare fastidio. Eravamo in piena guerra fredda, e la lotta nello spazio era in sostanza una lotta per il dominio del pianeta. A un certo punto il Kgb cominciò a spiarci».

Voi contro il Kgb?

«Un giorno venne da noi il corrispondente della Tass (agenzia di stampa dell’Urss, ndr) a Roma, voleva vedere la nostra attrezzatura. In seguito scoprimmo che si trattava di un uomo del Kgb. Quando andò via, bussò alla nostra porta un agente del Sifar, il controspionaggio italiano. Insomma, capimmo di avere le spalle coperte».

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

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