La grande finzione del made in Italy

La grande bufala del made in Italy sbarca in tavola: camion di vitelli provenienti dall’Irlanda senza certificati sanitari; cisterne di latte tedesco e lituano diretto verso grandi produttori italiani di formaggi Dop; mezzene prive di autorizzazioni alimentari; mozzarelle salentine che nel Salento non c’erano mai state.

Gli agricoltori e allevatori che un mese e mezzo fa protestavano sui valichi del Frejus hanno scoperto scenari preoccupanti per l’industria agroalimentare piemontese e nazionale. Sempre più spesso costretta a competere con prodotti stranieri di origine incerta e spacciati come made in Italy. «Le nostre esportazioni sono sottoposte a rigidi controlli – lamenta Francesco Carrù, presidente di Copagri Piemonte -, mentre da noi non ci sono seri controlli alle frontiere. E questo sta mettendo in seria difficoltà le aziende italiane».

Proprio per questo, anche la Coldiretti ha deciso di mobilitarsi, con presidi, manifestazioni e blitz nei supermercati, come forma di protesta a tutela dei prodotti nazionali, sempre più minacciati dalle importazioni straniere.

Il refrain scelto per quella che è già stata soprannominata «un’estate calda» sarà «via dagli scaffali il falso made in Italy». E’ Paolo Rovellotti, presidente di Coldiretti Piemonte, a spiegare il perché di queste iniziative: «Le nostre imprese sono sempre più minacciate. Vogliamo che ogni prodotto mostri bene in etichetta il luogo di origine e che l’Europa stabilisca regole uguali per tutti». A essere danneggiati da questa assenza di controlli sono i consumatori ma soprattutto le imprese agricole locali, già costrette a confrontarsi con prezzi europei pagando però costi nazionali, più alti che in altri paesi comunitari. Per questo, la Coldiretti chiede al ministero dell’Agricoltura di rendere noti gli elenchi delle industrie che importano materie prime dall’estero e poi le rivendono come prodotti italiani. Oltre alla richiesta di una legge che renda obbligatoria l’indicazione dell’origine dei prodotti.

I dati a disposizione di Coldiretti per il solo comparto lattiero-caseario parlano di 7 milioni e 500 mila quintali di latte importati ogni anno in Piemonte, a fronte di una produzione regionale di 8 milioni e 500 mila quintali. «Il flusso continuo di latte e derivati che si muove dalla Germania, dalla Francia e dalla Lituania deve essere reso pubblico, poiché ne va della trasparenza del rapporto fra mondo economico e consumatori», recita il comunicato Coldiretti. Problemi analoghi anche per altri settori, come quello ortofrutticolo, nel quale i prodotti esteri occupano una fetta di mercato pari al 28%, rispetto ai 4 milioni e 800 mila quintali di prodotti offerti dagli agricoltori piemontesi. Non va meglio nel settore carni, dove si riscontra un import che copre il 50% del fabbisogno regionale. E spesso il consumatore è del tutto ignaro di comprare straniero. Insomma, di prodotti italiani al 100% ce ne sono pochi sulla nostre tavole.

Cresce, nel frattempo, il malcontento dei produttori verso quello che Rovellotti definisce «un abuso nei confronti dell’agricoltura italiana». «Abbiamo bisogno dell’etichettatura di tutti i prodotti – ribadisce Bruno Rivarossa, direttore di Coldiretti Piemonte -: latte, formaggi, cereali, vino. Su quelli stranieri non possiamo dare nessuna garanzia e spesso non hanno i requisiti per definirsi “italiani”».

A questa concorrenza sleale si aggiungono poi i problemi legati agli scarsi controlli su tutta la filiera, che comportano prezzi cinque volte inferiori rispetto a quelli finali pagati dai consumatori. Ciò vale soprattutto per il latte: «Agli agricoltori vengono riconosciuti 20 centesimi a litro – continua Carrù -, a fronte dei 40 che spende. Poi però negli scaffali il prezzo arriva a 1.55 euro». Gli fa eco Riccardo Chiabrando, presidente di Coldiretti Torino: «La colpa è della grande distribuzione che strozzina l’agricoltore». 

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

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