Anche i vigili in fila per il “sei”

scheda superenalottoL’estrazione di lunedì ha emesso il suo verdetto: nessun sei, jackpot a 139 milioni e 900 mila euro. E così, fin dalle prime ore del mattino di ieri, le ricevitorie torinesi erano già in assetto di guerra, pronte a resistere all’ennesimo speranzoso attacco dei seguaci del Superenalotto, il nuovo dio che da mesi ormai promette la redenzione economica.

Il bar ricevitoria di via Monginevro, angolo di via Isonzo, è già pieno alle 10. Dietro al banco i titolari tengono a bada con difficoltà l’orda di giocatori, ognuno con in mano una decina di schede da giocare. Nell’attesa di fare la propria scommessa, molti ingannano il tempo con i gratta e vinci, altri con i videopoker della sala accanto. C’è talmente tanta fila che i due proprietari sono costretti a trascurare i clienti del bar e della tabaccheria. Ma la febbre, l’idolatria verso quei sei numeri magici non risparmia nessuno, neanche le ricevitorie delle vie del centro, rimaste aperte malgrado tutto intorno sia dominato dalla malinconia dei negozi chiusi e dei marciapiedi deserti. In via Barbaroux, su una vetrina è stato appeso il cartello: «Aperti per ferie tutto agosto». E non potrebbe essere altrimenti, visto il boom di giocate, almeno un buon 30 per cento in più. Dentro, una pletora di donne attende il suo turno con la fortuna. Molte non sanno nemmeno come si fa a compilare la cedolina e chiedono aiuto al gestore, stanco di dover spiegare continuamente le regole ai neofiti del Superenalotto. «E’ la prima volta che gioco – dice una signora sulla quarantina – se non lo facessi mi sentirei quasi in colpa per non aver tentato la sorte». Senso di colpa, qui come in altre religioni. Il ragazzo al lavoro dietro al pannello in plexiglas, commenta così: «Ho già finito tutte le schede. La gente ormai le prende a blocchi interi e poi le compila a casa, magari per ragionare bene sui numeri».

A mezzogiorno, a una ricevitoria di via Garibaldi viene concessa una pausa. «Ho attivato il Superenalotto solo da due settimane, ma il numero di giocate è davvero impressionante», nota la proprietaria. E’ vero che vengono in pellegrinaggio dall’estero? «Sì. Solo ieri è arrivata una comitiva di tedeschi. Volevano giocare, non sapevano neanche come fare». Sull’incompetenza degli stranieri, non è invece d’accordo il titolare della tabaccheria in via Conte Verde: «Sanno benissimo come si fa. Sono soprattutto tedeschi e francesi. Spero che nessuno di loro vinca, sarebbe una beffa insopportabile». Mentre parla, la macchina che valida le scommesse si inceppa. Solo per qualche minuto, quanto basta per creare una coda di gente che arriva fino in strada.

Qualcosa di simile a quello che succede in via Milano. Qui i giocatori sono in fila lungo un corridoio stretto, che termina in una angusta saletta senza finestre. Sembra ci sia un raduno di forze dell’ordine: carabinieri, poliziotti, militari, vigili. Mantengono la calma? No, aspettano il loro turno. Un carabiniere è concentrato, penna in mano, sui numeri. «Che è ‘sto numero superstar? E’ la seconda volta che gioco, con questo jackpot…». Il vigile invece è più esperto. Passa cinque euro all’indaffarato ma sorridente ricevitore e dice: «Solita giocata».

Ma ci sono anche ricevitorie vuote, come quella di via Cavour, di via Alfieri e San Francesco d’Assisi. Sono quelle che espongono il cartello: «No Superenalotto!», dove si gioca soltanto il lotto classico. Chi non reca l’avviso, è costretto a rispondere sempre nello stesso modo: «No, qui no». Maledicendo in silenzio il giorno in cui ha smesso di credere.

Pietro Bellantoni

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