Scilla 2130

L’ultimo carico era finalmente pronto. Gli ultimi ottanta uomini. Poi l’evacuazione sarebbe finalmente finita. Gli ultimi ottanta su una popolazione di 15 mila persone. Il tenente Brambi poteva essere soddisfatto. Usando le maniere spicce – anche se mai era stato necessario ricorrere alla violenza – era riuscito a deportare un intero paese in soli due giorni. Avrebbe ottenuto di certo un riconoscimento, una medaglia forse. Ora si asciugava la fronte soddisfatto, dando al contempo sguardi di apprezzamento ai suoi uomini. Poteva finalmente pranzare decentemente e senza fretta, alla mensa degli ufficiali allestita vicino al comando delle operazioni, nello spiazzo davanti a quella che era l’antica Salerno-Reggio Calabria.

Era stato facile, tutto sommato. Non c’erano state proteste o resistenze eccessive. Tutti in fila ordinati e soprattutto ubbidienti. Ciò che per il tenente era difficile da capire era proprio quella remissività, quegli uomini che andavano incontro all’esilio forzato senza urlare, senza dimenarsi. Si preoccupavano solamente che i loro rispettivi congiunti – donne, bambini e anziani – fossero trattati a modo. Per il resto salivano sui camion tranquilli e senza nessuna animosità nei confronti dei soldati.

Brambi il primo giorno non ci fece caso. Ma ora che il suo lavoro era finito non poté fare a meno di pensarci. Li stavano portando via da tutto, per sempre, non avrebbero mai più visto quel luogo, quel mare, quelle colline basse. Eppure non c’erano state lacrime, non c’era stata nostalgia, ma calma e tacita accettazione.

Terminato il pranzo, Brambi decise di fare un giro per le stradine sconnesse del paese. Voleva controllare che non ci fosse più davvero nessuno. Era un eccesso di zelo, lo sapeva, ma in realtà l’intenzione era di fare quattro passi per stare un po’ lontano dagli schiamazzi dei suoi militari e dalla birra versata per festeggiare la fine della deportazione. Camminava e guardava le case diroccate, le finestre di legno tutte crepate, i piccoli orti disseminati qua e là completamente abbandonati. Quando arrivò in piazza Repubblica popolare di Scilla, la piccola vastità del luogo e la brezza che arrivava dal mare agitato lo fecero sentire bene. Provò per un attimo la sensazione di essere il padrone di quella scena, di quella meravigliosa culla dalla quale vedere dall’alto in basso tutta la Sicilia, lo Stretto, la rupe.

Gli alti comandi avevano progettato un bombardamento per costringere gli abitanti alla resa, ma non ce n’era stato bisogno. Avevano accettato la prigionia e l’esilio senza combattere, semplicemente tendendo le mani al ferro delle manette.

Il tenente sapeva che in determinati periodi da dove si trovava lui era anche possibile ammirare Stromboli, Vulcano, Lipari. O gustare dei tramonti come tuorli d’uova perfetti. Oggi all’orizzonte si imponevano però solo le nuvole grigie. La pioggia stava per arrivare. Ma l’ufficiale decise di proseguire comunque verso la parte bassa del paese.

Il silenzio dei vicoli, rotto solo dal turbinio dei marosi, gli procurava una quasi dimenticata serenità. Come si poteva abbandonare senza lottare un posto così? Capì che la risposta di un lumbard come lui poteva essere lontana dalla comprensione reale delle cose.

Arrivato nell’antico borgo semisommerso di Chianalea, trovò un sedile in marmo, dalla cui prospettiva poteva scorgere i resti dell’antico porto della città. Sarebbe stato molto più semplice caricare tutti su una nave e portarli via, pensò. Ma da quando u Principali aveva disposto la distruzione delle banchine, nessuno le aveva più ricostruite. Era il 2083 quando venne dato l’ordine. La costruzione della muraglia iniziò due anni dopo. Era l’opera più costosa della storia di Scilla che, una volta ultimata quattro anni più tardi, isolò il piccolo paese del Tirreno dal resto della Newcalabria e dal resto del mondo. Ma l’isolamento non fu subito totale.

Fu u Principalinu, figlio e successore di diritto del Mammasindaco, ad attuare delle misure più estreme. Con ordinanza comunale approvata da un’unanimità prigioniera, sequestrò per mezzo delle sue squadre di strazzagiacchi tutti i telefoni cellulari, proibendone categoricamente i nuovi acquisti e chiudendo l’unico rivenditore della città. Qualche settimana più tardi fu la volta dei palmari e di tutti i dispositivi che davano accesso alla newnet. Fece saltare in aria lo sbocco della A3 e piazzò le sue milizie, i liccaculi, in tutti quei  punti nei quali il muro non dava buona protezione dalle incursioni esterne.

Per tutto il tempo in cui i mammasindaci operarono alla sparizione della città, gli scillesi continuarono come se nulla fosse la loro esistenza quotidiana. Certo, le abitudini dovettero cambiare e qualche timida protesta si alzò durante le riunioni mensili nelle quali i gerarchi del regime popolare incontravano il loro popolo e ascoltavano i suoi bisogni. Ma a nessuno conveniva ribellarsi più di tanto. Il comunato dispotico aveva dato loro un lavoro, una casa. Spesso posizioni di rispetto all’interno del palazzo del potere sindacale. Quando si aveva coscienza del progressivo ed inesorabile decadimento civile e democratico – e non sempre questo avveniva -, si allontanava il pensiero valutando i pro e i contro, le possibili sconvenienze e le probabili ritorsioni. Con il beneplacito di questa ignavia, il regime riuscì con facilità nei suoi propositi, e ben presto Scilla divenne un’enclave autonoma e indipendente nella punta della Calabria, staccandosi così dal resto dell’Italia e dalla confederazione europea dei cinquanta stati. Un’isola circondata dalla terra e dal mare, i cui abitanti non potevano, né in fondo volevano, dare segni della loro presenza nel mondo.

La politica nazionale inizialmente sottovalutò e poi colpevolmente permise l’indipendentismo scillese. Quando il governo moderato del 2103 finalmente decise di agire e di ristabilire l’unità territoriale nazionale, ci si rese conto ben presto che sarebbe stato necessario l’uso della forza. Non tanto contro l’imbelle governo autoritario scillese, quanto contro il suo potente e ambiguo protettore: il movimento politico-militare dei tre cavalieri spagnoli. Favorendo la politica illiberale del governo locale, il movimento mirava a far scomparire Scilla dalle cartine geografiche, in modo da favorire l’ascesa turistica e commerciale di altre realtà regionali più direttamente sotto il controllo dei tre cavalieri.

Fu soltanto nel 2128 che il nuovo governo reazionario centrale trovò un accordo con i cavalieri. Si sarebbe ristabilita l’unità e abbattuto il muro, e proprio i cavalieri avrebbero preso il controllo politico ed economico di Scilla. Ma il piano poteva essere attuato solo a condizione che i cittadini scillesi – accusati senza distinzioni di favorire e appoggiare il regime comunale – fossero tutti deportati a vita a Lampedusa, nell’isola formicaio dove il governo centrale aveva trasferito tutti gli immigrati africani presenti sul territorio nazionale.

Lì seduto, il tenente Brambi pensò a tutto questo. Era soddisfatto del lavoro che aveva fatto e presto sarebbe ritornato a casa, da moglie e figlia. Fu proprio l’immagine delle sue donne ad immedesimarlo nelle scene degli ultimi due giorni. “E se fosse capitato a me?”, si chiese. Era sicuro che si sarebbe battuto, che avrebbe lottato anche a costo della vita pur di non abbandonare la terra dei suoi padri, il luogo in cui aveva lavorato e per cui si era impegnato, affinchè la figlia e i suoi nipoti potessero viverci bene e impegnarsi a loro volta. Qui era stato diverso, e ancora non gli riusciva di capire.

Si alzò. L’aria era tutt’a un tratto diventata pungente. Abbottonò la giacca e mise su il cappello da ufficiale. Guardò ancora verso il porto, e poi subito dopo le poche case che non erano ancora state completamente avvolte dal mare. “Eppure c’è tanta di quella magia – pensò –, c’è così tanta poesia”.

Totì

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2 risposte a “Scilla 2130

  1. un piccolo capolavoro, me lo sono letto tutto d’un fiato.
    Anchio, quando sono stato a Scilla, mi sentivo un po’ come il lumbard, inconsapevole e cieco testimone di qualcosa che si muove nell’ombra e al di fuori del dominio pubblico.
    Eppure c’è tanta di quella magia…

    Segnalo un refuso nel primo paragrafo: “Poteva finalmente fare un pranzare decentemente e senza fretta”

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