Archivi del mese: maggio 2010

Limbo

Più vado in giro, più mi guardo in giro, più mi rendo conto di non essere veramente in giro. È soltanto un fenomeno riscontrabile dalla fisica il mio calcare quella terra che in fondo non mi appartiene. Esistessero dei rilevatori meta-fisici, avrei la certezza e non più solo il rimpianto che l’altra metà del mio essere ha una residenza fissa, non si muove, è indissolubilmente radicata nell’isoletta dello spirito dove il destino ha deciso di collocarmi da principio. Perché è proprio di radici che si tratta. E non tutte sono della stessa sostanza. Quelle di cui io mi trovo munito sono estendibili all’infinito, non si spezzano, sono riavvolgenti, anche. Con cadenza fissa, mi richiamano, si tendono e mi trascinano. Come l’acqua dà nutrimento alla pianta, allo stesso modo ricevo energia spirituale e mentale dalla mia terra. È un tormento che non mi fa essere nomade fino in fondo, ed è il tormento che voglio.

E ti vorrei rinnegare, e vorrei amarti di più. Se ti voltassi le spalle sarei più libero di pensarmi e le altre bellezze del mondo non uscirebbero continuamente perdenti da paragoni finora inevitabili. Se ti amassi di più dovrei forse dimenticarmi di tutto il resto. E allora meglio questo limbo? È probabile che il tempo delle decisioni non sia ancora venuto. Non viene mai quando dovrebbe. È un permanere nell’indefinito non dettato dalla volontà, ma dalle varie necessità. Mi risulta difficile non continuare a sognare una comunità in cui ognuno sia dotato della propria dignità, nella quale sia possibile realizzare aspirazioni personali e di vita. Perché finora vivere a Scilla ha sempre significato essere fuori, essere altro, guardare da lontano senza rincorrerlo un tempo storico che si muove e va avanti. Amare questo paese fino in fondo significa dedicare la propria vita ad esso e a nient’altro. Perché questo paese ha bisogno di tutta l’energia dei suoi figli, grida, si agita e smania per l’assenza di cura, per le potenzialità inespresse, per l’abbandono che subisce giorno dopo giorno. Non so come finirà la mia storia, né quella degli altri figli, né quella della mia piccola e negletta isoletta.          

Totì

E la tempesta travolse tutto

Questa è la storia di una redenzione. Questa è una storia di riscatto. Questa è la storia degli eventi straordinari avvenuti a Scilla nel maggio del 2011. Questo è l’inizio.

Erano giornate primaverili quando tutto cominciò. Non troppo calde, molto insignificanti. Come sempre, la vita era quella di sempre, le solite insoddisfazioni e prospettive assenti. Individualismo, c’era solo questo fra i giovani scillesi. Il loro futuro li ossessionava, il passato spesso si confondeva col rimpianto. Il presente invece lo vivevano così, senza grandi slanci, in un torpore innato e imparato a furia di esempi. Per non dire dei maturi e dei vecchi. Loro erano da tutta la vita dei semplicissimi singoli. Le strade della città non erano che lastre di cemento, non già simboli facili di unione o comunità, ma catrame duro verso casa, e la piazza era a pochi o molti metri da casa, il tabaccaio era a pochi o molti metri da casa, tutto era a pochi o molti metri da casa.

Da tanto tempo ormai, nel torbido colpevole di questa generale indolenza, alcuni avevano preso il controllo di tutte le strade, incaricati dall’inerzia universale di definire il senso e l’applicazione del concetto di comunità. Anche il libero e prolifico esercizio dell’immaginazione non si spingeva troppo al di là della realtà vera, e di voglia di impegno oltre se stessi se ne riscontrava ben poca. Dappertutto era un continuo mugugnare, un lamento infinito che contagiava gli anni che seguivano gli anni, sempre sempre sempre, e in pochi riconoscevano la nobiltà del silenzio, della coerenza.

Nacque tutto all’improvviso. Nessun laboratorio, nessuna preparazione. Fu schiacciato un semplice interruttore e la carica partì, e in un crescendo di enfasi la tempesta si scatenò, fino ad arrivare a travolgere il maggio del 2011. Bastò una frase senza autore, quattro parole messe lì a mo’ di proclama, a generare l’inimmaginabile, a muovere gli animi e gli intenti: “Buone nuove, stavolta. Insieme per la rivoluzione della normalità”. Furono un attimo, un gesto e un’idea, ma si impressero prepotenti nel corso della piccola storia del piccolo paese. Come un esercito che aspetta la tromba prima di sferrare l’attacco, il popolo più illuminato scagliò la pietra furibonda che diede avvio all’impresa.

Divennero migliaia, si chiamarono il popolo delle Buone Nuove.

Ma quali i protagonisti su cui riporre le speranze di una rivoluzione per cui non c’era storiografia, per cui non esistevano modelli di riferimento provenienti dal passato? Intanto un neonato idealismo cercava sodali, adesioni, cenni di assenso. Il più era fatto. L’idea di un futuro nel segno della comunità prendeva sempre più corpo, non già come dovere, ma come esigenza personale dei singoli. Fu la sublimazione definitiva di quell’individualismo comune a tutti ma ancora incompiuto. Piano piano cominciò a delinearsi un senso del tutto inedito di responsabilità, a conferma del mutamento avvenuto nella coscienza collettiva.

Nessuno ne conosceva il motivo, eppure questo cambiamento lo si riscontrava nei volti luminosi, nelle parole lungimiranti, nei propositi visionari ma fecondi, espressioni e atteggiamenti sconosciuti prima di allora. Mai a Scilla, nel tempo precedente la nascita e l’esplosione della Tempesta, si era udita la forza di un tale sogno, di una tale impresa comune.

Oltre a sconvolgere il corso previsto delle cose, ebbe questo merito, la rivoluzione del maggio 2011: riportò nella mente di ognuno il valore della speranza, che lentamente, lentamente, andava riducendo lo spazio entro cui avevano sempre trovato ospitalità le ombre scure del disfattismo, per secoli il vero e immobilizzante padrone della città.

I lavori per scegliere gli Innovatori, i portatori delle istanze della Tempesta, durarono il tempo utile ad un’unità di ferro. La rosa dei nomi fu pronta.

Un sentimento nuovo scosse i fatiscenti ma agguerriti palazzi del potere: la paura di perdere tutto.

Continua…?

Totì

Albe

Tutte le albe sono uguali. C’è sempre il sole che si mette in quel modo lì, il mare che ondeggia secondo i suoi moti imperscrutabili, il vento sottile, aggraziato o assente che aspetta di far provare il suo tocco.

Sei o sette persone tutti i giorni ne aspettano una a Scilla. O forse è lei che fa loro una continua sorpresa. Tutto è calmo e lento in quella parentesi, c’è solo voglia di caffè, silenzio e sigarette. La piazza, mentre il buio si addormenta, diventa il luogo dal quale alcuni osservano il più lento risveglio di altri. È sempre così, durante tutte le albe.

Ma quell’alba lì è stata diversa. Lo scenario abituale rotto dall’irrompere frettoloso di una ragazza piangente, disperata. E, più di tutto, arrabbiata. Si sapeva che qualcosa sarebbe successo. Le fiamme laggiù a marina erano già più basse, di tempo ne era passato. La barca bruciava già da un po’, qualcuno sarebbe arrivato. Quello che per tutti poteva essere uno spettacolo straordinario, che stonava con l’inizio quotidiano, per quella ragazza era un divampare apocalittico, visto con occhi da cui fuoriusciva un pianto che racchiudeva quello di un’intera famiglia, di una storia decennale, di una tradizione custodita quasi come senso e perpetuazione della vita stessa.

Non c’è stato però solo il pianto. E non è mai stato un pianto di rassegnazione. Mentre portavano le sigarette alla bocca, gli scillesi dell’alba hanno potuto ascoltare – forse loro malgrado – le invettive e il grido di sfida: “Uscite fuori, bastardi, fatevi vedere! Uscite, uscite!”. Nessuno di loro avrebbe usato parole del genere, ancorché adirato e vinto. Fosse capitato a un uomo, si sarebbe chiuso in un orgoglioso silenzio, senza dare segni di sofferenza, senza dare “soddisfazione” alcuna agli esecutori del rogo. L’animo ferito ma nobile della ragazza, invece, ha scatenato tutt’altro, ha squarciato almeno per una volta quell’omertà dignitosa che, se si vuol essere onesti, rientra pur sempre in una mentalità troppo intrisa di mafia. E così tutti i presenti hanno assistito a qualcosa che in genere si etichetta come stucchevole o banale, frutto della sensibilità troppo accesa delle “femmine”. In quel caso, però, le urla, le lacrime, i pugni in aria e sul muro hanno assunto un irripetibile significato simbolico, in quanto generati da un atto di purezza di spirito, di profonde e assolute libertà e fierezza. La schiena di tutti i presenti, c’è da scommetterci, è stata percorsa da un brivido di inadeguatezza, di codardia. In quegli attimi e in quelli subito a venire, ognuno ha dovuto fare i conti con la sua Paura, con quella Coscienza che sempre, con tanta o poca intensità, preme sul cuore. Molti avranno continuato la loro giornata senza ascoltarla, ma le lacrime e la rabbia della ragazza di certo avranno avuto il merito di ridestare qualcosa che troppo spesso si preferisce assopire. Ed è nella intimità di questa stessa casa che è la Coscienza che ognuno si scopre uomo o qualcosa che all’uomo si avvicina.

Totì