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L’arte al tempo del nichilismo

E’ una vecchia diatriba. Chi mette in scatola le proprie feci, è un artista? Jeff Koons ritratto in atteggiamenti amorosi con Cicciolina, ha dato il suo contributo alla storia dell’arte come a suo tempo fece Michelangelo, o Raffaello?

E’ pacifico che per assegnare lo status di artista bisogna prima avere bene in mente ciò che si intende per “arte”. E non è una speculazione filosofica semplice.

Come per ogni altro ambito che ha a che fare con l’umano, anche il concetto di arte è relativo al contesto storico nel quale la domanda è posta. Le classificazioni relative al bello del Rinascimento non annovererebbero, per intenderci, la maggior parte delle odierne rappresentazioni artistiche. Anche ciò che oggi in partenza nasce, nella mente dell’autore, come opera artistica, può non essere riconosciuta come tale.

Quando vigeva un’idea quantomeno circoscritta del bello e dell’arte – intesa come incontro nell’uomo di qualità manuali e contemplative che confluivano nella rappresentazione – un’opera poteva essere più o meno riuscita, un capolavoro o no, ma sempre di arte si trattava. Oggi le cose stanno diversamente.

L’assunzione di un quadro o di una scultura nel novero delle opere d’arte non risponde al rispetto di criteri assoluti, ma a decisioni relative. Sono la comunità, i galleristi, il mercato o i collezionisti a qualificare quegli oggetti come opere artistiche.

Questo è facilmente spiegabile. Non esiste oggi un concetto universalmente valido di arte. Mancano persino i fondamenti grazie ai quali una simile identificazione potrebbe imporsi.

Il nichilismo è proprio questo. La mancanza di fondamenti, di verità metafisiche, di certezze su cui farne poggiare altre. L’arte ne è vittima, così come ogni altra disciplina umana.

L’unica via d’uscita a questa impasse che, soprattutto dal punto di vista esistenziale, sembra esiziale,  non può che essere il relativismo, ovvero un ruolo di primo piano che spetta, finalmente, all’uomo.

Tocca agli uomini, con la loro contingenza e relatività, attribuire valore e stabilire princìpi, in tutti gli ambiti: che siano sociali, politici o artistici. L’arte non corrisponde più a delle caratteristiche statiche e immutabili, ma alla sensibilità, legata al momento storico, di gruppi di individui. Ebbene, a qualificare oggi un’opera d’arte in quanto tale è, innanzitutto, l’appeal che riesce a trasmettere al mercato. Non è più un’arte che rispecchia le forme e l’armonia della natura; o che materializza con maestria simbolica e creativa esperienze contemplative ed esistenziali. E’, semplicemente, una realizzazione che suscita interesse e attira visitatori nei musei.        

Ovviamente, questo corso postmoderno del concetto di arte – che non corrisponde più a un’idea univoca circa il bello – non mette al riparo da opere dal valore discutibile e spesso blasfeme, messe in mostra per il semplice gusto di provocare, di sfruttare a proprio favore dei nervi scoperti della società. E, chiaramente, per avere un cospicuo ritorno economico.

Dal pene realizzato dall’ormai miliardario Damien Hirst al Papa colpito da un meteorite, la tendenza è scandalizzare, stupire, portando l’iperbole di volta in volta su un gradino superiore.

Non è il caso di fare moralismi. Se queste opere vengono esposte significa che il pubblico le apprezza, riconoscendovi un valore artistico. Anche le critiche che sanno di stroncatura ottengono un effetto contrario: accrescono la curiosità per l’opera e il successo dell’artista.

Nell’epoca dell’arte come frutto di decisione condivisa, l’unica cosa che si può fare per lasciare i presunti artisti per convenienza nell’anonimato, è snobbare le loro “opere”, non andandole a vedere nè, tantomeno, considerarle come minacce al buonsenso o al concetto di bello.

In calce trovate alcuni passaggi dell’articolo, pubblicato domenica 22 marzo su Il Giornale, in cui Vittorio Sgarbi dice la sua sul tema.

Nella insensata ricerca di provocazioni, il Cristo viene sempre messo in mezzo. Già Serrano, agli inizi degli anni Ottanta, aveva scandalizzato il mondo immergendolo nella pipì. Un’altra volta lo si era visto crocifisso di spalle. Non molti mesi fa per festeggiare il Papa, in arrivo a Bolzano, si era crocifissa una rana. Ora, dopo il Cristo velato della cappella San Severo, lo si incapsula in un preservativo. L’ultimo originale, Sebastiano Deva, deve aver letto qualche mia intervista, nella quale indico che l’opera esiste nel momento in cui se ne parla, e soprattutto quando è investita dalla censura. Mentre ai censori suggerisco che la miglior censura è il silenzio. Anche questa volta suor Rosa (Iervolino, ndr) non mi ha ascoltato e, inorridita dalla presenza in un museo comunale di Napoli, il Pan (nome inequivocabile), non si è trattenuta e, mentre il suo assessore intelligente, Nicola Oddati tentava invano di spiegare che «l’arte non si giudica moralmente» e pur cercando di scaricare su una fantomatica commissione tecnica la responsabilità della scelta, ordinava, senza perdere un minuto, la rimozione dell’opera.
Nel gioco delle parti, il furbo Deva cercava una via d’uscita, fregandosi le mani per il risultato incassato con la collaborazione dell’impaziente Iervolino, e dichiarava: «Il viso è come avvolto in un sudario». Vorrei il giudizio del cardinale Sepe sull’opera. Diciamo intanto che questa ricerca di scandalo a tutti i costi è perseguibile soltanto quando l’opera d’arte ha perso la sua specificità materiale per essere la semplice esecuzione di una idea, o trovata. E mi chiedo: di fronte al Cristo avvolto dal preservativo, la nostra indignazione sarebbe la stessa se fosse dipinto con l’abile perizia da un pittore di mano straordinaria e di spirito polemico? Basterebbe il soggetto a motivare la reazione di suor Rosa o è la brutale realtà che determina la reazione?
La fortuna dell’artista è di avere concepito la sua modesta opera nel fuoco delle polemiche sulle dichiarazioni del Papa che, esplicitamente, ha fatto la sua didascalia parlando non di scelte morali, ma di preservativi.

Pietro Bellantoni