Archivi categoria: Cinema e pensieri

Speciale Easy rider

Quello che trovate qui sotto è il servizio che ho realizzato insieme al mio amico e collega Mariano Tedesco, andato in onda su Iris (il nuovo canale del digitale terrestre di Mediaset) sabato 21 febbraio.

Gravitando attorno al film Easy rider, abbiamo cercato di riportare il contesto giovanile del tempo. Animato da un profondo desiderio di cambiamento e dall’esigenza di sperimentare nuove forme di esistenza, alternative al perbenismo e al conformismo su cui si era appiattita la società borghese. 

Il film è il pretesto per raccontare una evoluzione e un riadattamento (su due ruote) delle esperienze da nomadi inaugurate da Jack Kerouac e dalla beat generation. Al fondo di questo bisogno di andar via – che accomuna un’intera generazione, quella degli anni ’60 – sta il disagio verso un modello di vita stereotipato e moralista. 

 

Pietro Bellantoni

“Non è un paese per vecchi”. E neanche per i loro valori

Sconvolgente e dissacrante come al solito questo film dei fratelli Ethan e Joel Coen, pluripremiato agli oscar e ben accolto dalla critica. Non è l’originalità della trama, classica per un action thriller, a rendere imperdibile questo film, ma la rappresentazione di un tema caro ai due registi: quello del nichilismo. Un uomo a caccia nel deserto, Llewelyn Moss, trova due milioni di dollari in un furgoncino carico di eroina e circondato da cadaveri. Decide di prendere i soldi, condannando se stesso a fuggire da un assassino spietato e infallibile, nonostante per uccidere usi una semplicissima sparachiodi ad aria compressa. Una fuga quella di Lleewelyn avventurosa e simbolica. 

L’inseguitore misterioso dall’acconciatura improbabile e dal volto inespressivo è il premio oscar Javier Bardem, l’antieroe del film che fa da contraltare al coprotagonista, il vecchio sceriffo della contea Bell, un Tommy Lee Jones a un passo dalla pensione che si ritrova ad inseguire vittima e carnefice nel tentativo di salvare l’uno e arrestare l’altro. Bell segue il sangue dei morti che il killer cacciatore si lascia dietro, turbato dalla gratuità e semplicità di quelle efferatezze. I suoi pensieri narranti, paralleli alla trama visiva del film, comparano continuamente l’universo di valori nei quali il vecchio sceriffo si è formato a quelli nuovi, ormai simulacri del passato. 

Una constatazione amara, in cui appare chiaro che la sacralità della vita e i suoi valori sono definitivamente persi nel vuoto di senso che la modernità porta con sè. Un uomo vale ormai un semplice lancio di moneta (guarda il video qui sotto). L’assassino è il nuovo che avanza inesorabile con il suo carico di insensatezza, il deserto è lo scenario in cui la contemporaneità si muove. Mentre lo sceriffo rappresenta l’ultimo baluardo, ormai pronto al pensionamento, di una civiltà che aveva un’idea di dover andare e come arrivarci.

Alla fine Llewelyn non si salverà, ucciso dagli altri suoi inseguitori, i narcotrafficanti messicani. La sua morte, però, non è filmata. Lo spettatore si trova il corpo del protagonista riverso al suolo così, all’improvviso, inaspettatamente. Il film continua senza il suo eroe, producendo lo spaesamento tipico del nichilismo. Nelle scene finali il killer rimane coinvolto in un violentissimo incidente stradale, la polizia accorre. E proprio quando si pensa che la sua morte o il suo arresto possano decretare una speranza ancora possibile per la sensatezza, ecco che, malconcio, Bardem si rialza e continua per la sua strada. Protetto nella sua fuga da due ragazzini affascinati cui ha offerto dei soldi.

Pietro Bellantoni

Pensieri: Il deserto del tempo

“Carlito’s way”, il destino appartiene al passato

I panni del gangster Al Pacino li ha tatuati addosso, tanti sono i film sul genere che ha interpretato. Indimenticabili i suoi personaggi nella trilogia de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola e Scarface, di Brian de Palma. “Carlito’s way” nasce proprio da quest’ultimo sodalizio, con una variante sul tema: il criminale cercherà di redimersi, fallendo l’obiettivo.

Carlito Brigante (Pacino), dopo un passato dedicato a diventare leader nel narcotraffico di New York, è condannato a 30 anni di reclusione, poi commutati in 5 grazie all’abilità del suo avvocato, David Kleinfeld (Sean Penn). Il film inizia proprio dal rilascio di Carlito, determinato infine a cambiar vita e deciso a lasciare al più presto New York, dopo aver raccolto i soldi necessari. Ma il mondo là fuori è sempre lo stesso; gli amici di un tempo e i vecchi quartieri non sono cambiati.

Pian piano e contro la sua volontà, il protagonista si troverà invischiato nelle solite storie di malavita, trascinato anche dai suoi antichi istinti da criminale. Ad aggravare la situazione sarà l’amico/salvatore Kleinfeld, l’avvocato cocainomane verso il quale l’ex trafficante si sente in debito, che lo coinvolgerà nell’omicidio di un boss siciliano. Il tutto mentre sullo sfondo Carlito rivive la storia con il suo grande amore ritrovato, Gail (Penelope Ann Miller), abbandonata prima della prigione, con cui sogna di fuggire e rifarsi una vita. Fino all’ultimo il sogno sarà sul punto di realizzarsi: ma il destino, anche se in ritardo, dimostrerà sempre l’implacabilità della sua natura.

Pietro Bellantoni

Pensieri: La speranza ingenua 

“Il cacciatore”, la vita è un gioco alla morte

Ancora Vietnam in questo film di Michael Cimino, dove la guerra è il grande scenario in cui si consumano i destini individuali dei protagonisti, per i quali essa continua ad esplodere implacabile anche quando è finita. 

Alla durezza e insensatezza della guerra (e della vita) qui si affianca il cammino successivo di quelli che l’hanno fatta, dei reduci. Alcuni, i più forti, capaci di andare comunque avanti, altri ingabbiati in una quotidianità dalle spesse cicatrici sanguinanti, alla ricerca di un ultimo, definitivo, dolore.

Pietro Bellantoni

Pensieri: Vita roulette

“Apocalypse now” e l’orrore di vivere

Imprescindibile come può essere solo un film espressione fedele e potente di tutta un’epoca, in questo caso quella degli anni ’60, Apocalypse now è un capolavoro cinematografico. Giustamente considerato la miglior pellicola sul Vietnam e annoverato fra i più riusciti film di guerra.

La scena madre dell’opera, simbolica e crudele, è certamente quella in cui il colonnello Kurtz (Marlon Brando) spiega la vera natura del reale, il motore atavico che da sempre lo muove e lo governa: l’orrore. 

L’uomo è incapace di ribellarsi a questa verità, ciò che può fare è scegliere se esserne schiavo e carne da macello oppure semplicemente servo, dedìto a perpetuarlo, alimentandolo. Ciò è ancor più necessario per un soldato.  

 Pietro Bellantoni

Pensieri: Paradiso di guerra