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“La mia vita tra le piscine e il corpo dei vigili”

Ha passato buona parte della sua vita ai bordi delle piscine di tutto il mondo. Valter Gerbi, 51 anni, torinese, ha iniziato la sua carriera nella federazione nuoto 30 anni fa, facendo tutta la gavetta di rito: dalle competizioni locali fino a quelle nazionali e internazionali. Una carriera che nel 2004 lo ha portato a essere giudice di gara alle Olimpiadi di Atene e che fa convivere con il suo lavoro di addetto stampa e responsabile della centrale operativa della polizia municipale di Torino. Oggi è a Roma, dove è speaker delle gare di tuffi in occasione dei mondiali di nuoto.

Allora Gerbi, com’è questa avventura romana?


«E’ bellissima, sono davvero emozionato. Sono qui in veste di speaker  e posso godermi appieno le gare e apprezzare le performance di questi atleti meravigliosi».

Lei è ufficiale della federazione italiana nuoto e speaker di quella del mondo. Quale dei due ruoli preferisce?

«Sono due cose diverse, ognuna emozionante a modo suo. Certo fare il giudice di gara comporta più responsabilità, più tensioni. Qui a Roma invece ho il compito di commentare le gare per il pubblico presente. E’ un ruolo importante, perché devi essere capace di entusiasmare il pubblico, di farlo essere caloroso. E poi bisogna incoraggiare gli atleti, provocare un applauso quando ne hanno più bisogno. Tutto questo migliora le gare».

Il nuoto non è la sua unica passione…
«In effetti, no. Faccio lo speaker per molte altri sport: pallacanestro, tai-box, nuoto pinnato. Poi ci sono tanti altri eventi, come le manifestazioni della città di Torino, quelle della protezione civile, le feste per la chiusura dei corsi di educazione stradale».
Ma come fa a conciliare queste attività con il suo lavoro per la polizia municipale?

«A dire la verità quello non è il mio unico lavoro. Da 13 anni sono infatti anche ispettore della Siae. Come faccio? Dormo solo tre ore a notte».
Roma però non è dietro l’angolo…

«In occasione come queste sfrutto le ferie. (Ride, ndr) Lo sport sono le mie vacanze. Anche se, anche da qui, non perdo tempo per svolgere alcuni lavori e mandare dei comunicati urgenti. Insomma, non mi fermo un attimo». 

 
A che cosa si deve questa sua passione per lo sport?

«Soprattutto al fatto che stare accanto a questi ragazzi è un’emozione unica. Perché sono grandi atleti ma prima ancora grandi uomini, che fanno tantissimi sacrifici per arrivare a certi risultati. E sono sacrifici puliti, soprattutto nel nuoto. E poi mi gratifica dare il mio piccolo contributo a sport che, in un’Italia dove sembra esserci solo il calcio, non sono mai considerati abbastanza». 

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

“Quella notte abbiamo sentito Armstrong”

E’ il 20 luglio 1969 e milioni di persone in tutto il mondo sono incollate al televisore, mentre due uomini – Edwin Aldrin e Neil Armstrong – stanno per realizzare un’impresa epocale. I migliori fisici e ingegneri della Nasa, da Houston, comunicano con gli astronauti. In teoria nessuno può ascoltarli. Solo in teoria. Perché oltre l’oceano, in Italia, e precisamente a San Maurizio Canavese, due fratelli – Giovanni Battista e Achille Judica Cordiglia – dalla loro stazione di radioascolto stanno seguendo lo sbarco dalla viva voce dei protagonisti. La Repubblica ha chiesto a Giovanni Battista, perito fonico al Tribunale di Torino, di raccontare tutte le emozioni di quello storico evento.

Domani ricorrerà il quarantennale dello sbarco. Voi siete stati dei testimoni privilegiati. Ci racconta quella notte?

«Fu straordinaria. Seguimmo in diretta tutte le fasi dell’allunaggio. Ascoltavamo le radiocomunicazioni degli astronauti con la stazione di Houston, anche se la ricezione non era sempre continua. Noi stessi avevamo progettato e costruito le antenne e ripristinato i ricevitori, utilizzando dei residuati bellici della seconda guerra mondiale».

Dove vi trovavate?

«In un’ala inutilizzata della villa di famiglia. Con noi quella notte c’erano 200 persone, amici e soprattutto giornalisti, per i quali eravamo diventati preziosi, visto che spesso sapevamo ciò che avveniva in orbita prima che le agenzie spaziali lo rendessero pubblico».

Che cosa si dicevano i due astronauti?

«In realtà Armstrong e Aldrin parlavano poco. Percepivamo la loro paura di commettere un errore che poteva far fallire la missione, nella quale ci furono comunque dei momenti critici.

Quali?

«Tutto era stato preparato nei minimi particolari, ma qualcosa andò storto lassù. Quando il Lem (il modulo lunare, ndr) si accingeva a toccare il suolo, gli astronauti si resero conto che si sarebbe adagiato su una roccia che lo avrebbe reso instabile. Un nostro amico fisico, che traduceva dall’inglese, ci disse che si stavano spostando verso una zona dove sarebbe stato più facile atterrare».

Lo sbarco sulla luna fu una delle prime dirette della Rai. Vi chiesero una mano?

«No. Noi abbiamo curato la radiocronaca per la Radio della Svizzera Italiana. Pochi sanno, inoltre, che quella notte i giornalisti Rai, Tito Stagno a Roma e Ruggero Orlando a Houston, commisero un errore. Annunciarono infatti l’allunaggio qualche minuto prima che venisse effettivamente compiuto. Siamo stati noi a comunicare il momento preciso».

Voi avete cominciato a “origliare” quanto avveniva nello spazio nel ’57. Oltre allo sbarco, avete sentito il battito cardiaco della cagnolina Laika e la voce di Yuri Gagarin. Di questi, quale fu il momento più emozionante?

«Sicuramente lo sbarco, insieme però alla tragica missione di tre astronauti sovietici, due uomini e una donna. Era il maggio ’61. Ancora oggi rabbrividisco. La navicella durante la fase di rientro, per una errata manovra, si surriscaldò, e noi intercettammo la voce della donna, dopo che i suoi compagni erano morti. Comunicava con la base e ripeteva ossessivamente: “Ho caldo, ho caldo. Vedo le fiamme”. Poi non sentimmo più niente. Probabilmente la nave spaziale si disintegrò. Ma l’agenzia sovietica si guardò bene dal comunicarlo».

Perché?

«Era una strategia. I sovietici, a differenza degli americani, rendevano pubblici solo i successi, non i fallimenti. Ecco perché a un certo punto anche noi cominciammo a dare fastidio. Eravamo in piena guerra fredda, e la lotta nello spazio era in sostanza una lotta per il dominio del pianeta. A un certo punto il Kgb cominciò a spiarci».

Voi contro il Kgb?

«Un giorno venne da noi il corrispondente della Tass (agenzia di stampa dell’Urss, ndr) a Roma, voleva vedere la nostra attrezzatura. In seguito scoprimmo che si trattava di un uomo del Kgb. Quando andò via, bussò alla nostra porta un agente del Sifar, il controspionaggio italiano. Insomma, capimmo di avere le spalle coperte».

Pietro Bellantoni

Pubblicato da Repubblica Torino

Report perugini – Il volto della Jena

Di seguito, l’intervista alla Jena de La Stampa, alias Riccardo Barenghi.

Sandro Piccinini “the voice” si racconta

Il telecronista più noto delle reti Mediaset, nonchè ex conduttore cult delle domeniche calcistiche italiane, ripercorre tutte le tappe della sua carriera di giornalista. Dagli esordi in piccole tv locali alle telecronache per Telecapodistria; dalla conduzione di Controcampo alla nuova avventura sul digitale terrestre. Senza mancare di sbilanciarsi con pronostici sulla stagione calcistica in corso e di svelare un retroscena in anteprima: fu lui a scongiurare il licenziamento di Fabio Caressa, la voce dei mondiali 2006 di Sky.

Telecronaca di una carriera

Il successo di Controcampo

Canalis o Corna?

I “figliocci” Caressa e Marianella

La finale dei mondiali tedeschi

Pietro Bellantoni