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Viaggio nella televisione fai da te

C’è stato un tempo, in Italia, in cui televisione era sinonimo di Rai. Pensare al recente passato può far sorridere, soprattutto alla luce delle nuove possibilità offerte dal web 2.0. Oggi per diventare un editore televisivo bastano un paio di clic e una web tv è pronta a ospitare qualsiasi tipo di contenuto video: intrattenimento, informazione, clip musicali, format amatoriali. Chiunque può dar vita a un canale personalizzato e rivolgersi a un pubblico potenzialmente planetario.

Di piattaforme gratuite che ospitano questa nuova genìa di editori è pieno il web: Mogulus, Ustream, Coolstreaming, solo per citare le più famose. Quasi tutte danno la possibilità di trasmettere in diretta e caricare video on demand. E per conoscere i gusti del pubblico c’è un sistema auditel interno che mostra la classifica delle web tv più seguite.

Il loro successo, però, è sempre legato alla qualità dei contenuti: se manca, il canale è destinato all’oblio, inghiottito dall’oceano della rete.

La scuola di giornalismo dell’Università Iulm a ottobre ha inaugurato CampusTv (http://www.mogulus.com/campusmultimedia), dove sono trasmesse tutte le inchieste, le interviste, i servizi realizzati dagli studenti durante le loro attività. In pochi mesi, i visitatori si sono collegati per più di 170 mila minuti.

CampusTv ha realizzato la prima diretta il 24 novembre, in occasione della conferenza “Stati Uniti ed Europa tra Bush ed Obama”, organizzata dal consolato americano e dall’Università Iulm. Da allora gli studenti hanno seguito sul campo molti eventi, fra i quali il più importante è stato il Festival del Giornalismo di Perugia, dall’1 al 5 aprile. Il dibattito “Ve lo do io Grillo: politica, satira e informazione nell’epoca dei blog”, al quale partecipava Marco Travaglio, è stato seguito da più di mille spettatori. Contemporaneamente, CampusTv balzava al primo posto fra le web tv di Mogulus.

Pietro Bellantoni

Calcio e pugni: la dura vita degli arbitri italiani

A convivere con la paura forse ci si abitua. Chiedere agli arbitri. La capacità arbitridi autocontrollo deve essere una loro prerogativa, oltre a una buona dose di sano masochismo. Altrimenti meglio cambiare mestiere. Soli, muniti esclusivamente di fischietto e coraggio, ogni domenica centinaia di arbitri, spediti in isolati campi di provincia, si ritrovano a dirimere le rimostranze di giocatori offuscati dalla trans agonistica, a placare dirigenti e allenatori poco propensi al dialogo, a fare i conti con un pubblico non educato alle virtù sportive. E spesso questo clima di tensione sfocia in vere e proprie aggressioni fisiche. Un fenomeno vecchio come il calcio.

L’Aia (Associazione italiana arbitri) organizza corsi che assicurano ai direttori di gara una buona preparazione fisica e teorica e li educano a comportamenti al tempo austeri e decisionisti. Ma nessuno insegna loro a controllare la paura. Secondo un’analisi condotta nel 2007 dai 19 comitati regionali, nel solo quinquennio dal 2002 al 2006 si sono verificati 2088 casi di violenza sugli arbitri. Minacce verbali escluse. Si tratta di aggressioni con conseguenze fisiche valutabili in almeno cinque giorni di prognosi: 620 nel 2002/03; 515 l’anno successivo; 393 nel 2004/05; 449 nel 2005/06. Violenze imputabili per il 90% a tesserati (65% calciatori e 25% dirigenti) e per il restante 10% al pubblico. Le regioni più a rischio? Calabria, Campania, Lombardia, Lazio e Sicilia.

Queste cifre nel febbraio 2007 spinsero l’allora presidente dell’Aia, Cesare Gussoni, a istituire un Osservatorio per il monitoraggio della violenza consumata ai danni degli arbitri. L’Osservatorio, mantenuto dall’attuale presidente Marcello Nicchi, ogni mese stila un elenco delle violenze perpetrate, le regioni in cui sono avvenute, chi le ha commesse e in quali campionati. L’intento, disse all’epoca Gussoni, «è quello di tenere informata l’opinione pubblica sugli atti di violenza subiti da molti giovani arbitri, da cui deriva il grave disagio di tutta la categoria arbitrale». Ma quando Labiulm ha chiesto di consultare i dati, dal quartier generale si sono levati gli scudi. Francesco Meloni, segretario Aia, prova a spiegare: «Il presidente è contrario alla diffusione di questi dati». Una politica controversa che di certo non aiuta a capire la complessità del problema. Trovando un varco fra le maglie silenziose della federazione, Labiulm è riuscito comunque a consultare i tabulati. Nel 2007 i casi accertati di aggressione sono stati 358, una cifra cresciuta nel 2008, con 399 episodi. Nei primi mesi del 2009 (da gennaio a marzo) le violenze sono già state 82. Campania, Puglia e Lazio si confermano regioni ad alta intensità (rispettivamente con 116, 135 e 76 episodi in tre anni), con la new entry Toscana in preoccupante crescita (92).   

Il fenomeno è dunque endemico e le misure preventive per contrastarlo non stanno dando i risultati auspicati. Forse perché considerare l’arbitro un venduto meritevole di violenze verbali e fisiche, è ormai un fatto culturale. L’arbitro va sbeffeggiato, fischiato, ingiuriato, sempre. In alcuni casi, è lecito anche picchiarlo. Atteggiamenti che spesso sono legati all’immagine che il calcio dà di sé a livello nazionale. Varie analisi di settore, infatti, dimostrano che la violenza nei campi di gioco periferici aumenta significativamente all’indomani di episodi deprecabili avvenuti nella massime categorie.

Tuttavia, gli arbitri di serie A e degli altri campionati professionistici minori hanno ormai superato il guado. Qui, la possibilità di ricevere bastonate per un rigore assegnato o una espulsione comminata è piuttosto remota. Nei campionati dilettantistici, invece, finire all’ospedale per le intemperanze di giocatori, dirigenti e pubblico non è poi un’ipotesi tanto peregrina. Anche perché le forze dell’ordine non di rado disertano le partite, lasciando l’arbitro solo e senza tutele. Non mancano quei direttori di gara che, in occasioni di gare a rischio, si rifiutano di dare il fischio d’inizio. Ma questo può rivelarsi un clamoroso autogol. S.D., arbitro di promozione della sezione provinciale di Reggio Calabria, spiega: «Un atteggiamento del genere rischia di esacerbare gli animi in partenza. Così spesso decidiamo di iniziare lo stesso la gara anche senza forze dell’ordine». Quanto valgono questi rischi? «Settanta, al massimo ottanta euro a gara. Spese escluse». 

Pietro Bellantoni

Welcome to Sideral City

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Cos’è ciò che state guardando? E’ la città di ghiaccio e neve, dai colori biancastri e puri dell’acqua, sospesa fra realtà e fantascienza. Un punto della cartina piuttosto alieno, quasi l’ultimo avamposto umano prima di un altro pianeta. Siderale. Eppure immerso in una natura molto terrestre, la cui forma espressiva è neve costante e temperature da 20 gradi sottozero per otto mesi l’anno. 

C’è un fiume che costeggia questa città, il più grande d’Europa, il Volga. E nella sponda opposta la terza metropoli della Federazione russa. Ciò che avete davanti agli occhi è l’idea che ha entusiasmato l’ultimo Mipim (salone internazionale dell’immobiliare)  e soprattutto che ha vinto il concorso bandito dalla regione di Nizhniy Novgorod per la costruzione di un nuovo complesso urbano.  Le autorità russe, fra i tanti progetti presentati da architetti di fama mondiale, hanno scelto l’avveniristica Globe Town, del milanese Dante O. Benini e del suo gruppo di partner. 
Una città sostenibile che ricorrerà quasi esclusivamente ad energie rinnovabili. Da molti già etichettata come la più grande e ambiziosa opera urbanistica dell’epoca moderna. I lavori inizieranno nel 2010 e dovrebbero terminare nel 2020.  La regione, la città e il governo federale di Mosca inizialmente investiranno 30 miliardi di euro per la realizzazione delle infrastrutture, il resto delle spese (circa 80 miliardi) verrà sostenuto da privati. Sforzi necessari per un progetto che, secondo il Capo del Governo della Regione, Valery Shantsev, «cambierà definitivamente l’immagine della città».  

Dante O. Benini

Dante O. Benini

Dopo San Pietroburgo, tocca ancora una volta ad un architetto italiano la progettazione di una città in Russia. E Benini ha pensato a Globe Town adattandola perfettamente alle caratteristiche fisiche e morfologiche del territorio.  Ad essere ospitate saranno 500.000 persone, provenienti da una Nizhniy Novgorod ormai congestionata e dalle altre parti depresse della zona. Ciò che ne verrà fuori, alla fine, si stenderà su una distesa vergine grande più o meno come Manhattan, 30 milioni di metri quadrati a disposizione della creatività italica. Le zone verdi occuperanno 15 milioni di metri quadrati, al fine di mantenere le riserve d’ossigeno, e in tutto il territorio si opererà una razionalizzazione dei vari corsi d’acqua. 

Il resto dell’area ospiterà centri residenziali, uffici, hotel, uno stadio, un porto fluviale. Le costruzioni sono pensate per rispettare un programma di smart position grazie al quale da qualsiasi punto si potrà godere di una visuale perfetta sul centro, sul verde, sull’acqua.  In più, i materiali usati saranno fra i meno inquinanti, soprattutto vetro, acciaio e alluminio, inclusi i cosiddetti “mangiasmog”, speciali intonaci capaci di trattenere le molecole dannose.

Globe Town sarà collegata a Nizhniy Novgorod da quattro ponti e un tunnel (che passerà sotto l’alveo del Volga) e punterà sulla sostenibilità dei trasporti: metropolitane, monorail sospesi tra gli edifici, autobus elettrici, in un chiaro spirito da città del futuro.  I progettisti garantiscono che la città potrà essere attraversata a qualsiasi ora in non più di 15 minuti, grazie ad un sistema di mobilità intelligente già testato. Per cui a Globe Town, assicura Benini, non esisterà il traffico. Mentre le prepotenti esondazioni del Volga saranno neutralizzate mediante un rialzamento di otto metri del terreno edificabile.

L’energia necessaria per far vivere la nuova città verrà dallo sfruttamento delle risorse naturali, come l’acqua, il vento e i gas, di cui la terra è ricca. Per la climatizzazione delle abitazioni si utilizzerà invece il sistema geotermico. Sotto il terreno sopraelevato, attraverso delle speciali pompe, delle masse di ghiaccio garantiranno il fresco per l’estate.  Per l’inverno altri sondini più profondi attireranno il calore dal sottosuolo. 

Il centro simbolico di Sideral city (è così che l’ha soprannominata Benini) sarà il globo terrestre collocato al centro dell’area metropolitana. Una sfera di 120 metri di diametro completamente trasparente che conterrà al suo interno centri commerciali, cinema, teatri, ristoranti. Una icona da souvenir: la neve bianca cadente e il suo spettacolo vissuti al caldo, dentro l’accogliente globo, magari sgranocchiando pop corn.  Il cuore civile, insomma, per una popolazione che a causa del clima rigido è impossibilitata ad intrattenere rapporti sociali all’esterno. Dietro, sorgeranno tre grattacieli di 600 metri ciascuno, collegati al Globe attraverso una serie di “lingue” ondulate.  

Il modellino c’è già e i finanziamenti pure. Ora l’attesa vibrante è tutta per la prima città del futuro.

Pietro Bellantoni

“Punteremo tutto sulle rinnovabili”

Luca Gonzo

Luca Gonzo

Globe Town non ha un solo padre. Il masterplan del nuovo insediamento urbano russo è anche espressione della capacità di innovazione e della creatività di Luca Gonzo, architetto 49enne da poco diventato socio dello studio di Dante Benini dopo dieci anni di lavoro al suo fianco. Con il suo maestro, oggi Gonzo condivide il merito di aver progettato una città all’avanguardia, perfettamente ecocompatibile grazie allo sfruttamento delle energie naturali presenti nel territorio. Destinata a rappresentare un modello da imitare nel futuro, visti gli impegni a cui chiama ormai il pianeta.

Nello studio milanese di via Fioravanti, Gonzo accetta di incontrarci per raccontare Globe Town, le idee che la ispirano, il modo in cui vivranno gli abitanti, il rapporto con le autorità russe. Senza mancare di lasciar trasparire una certa soddisfazione per aver vinto il concorso bandito dalla regione di Nizhniy Novgorod a cui partecipavano i più importanti architetti del mondo.      

Gonzo, Globe Town ha trionfato rispetto a tutte le altre proposte.
La nostra idea si è basata sulle caratteristiche del territorio, adattandosi alle sue specificità. Invece di imporre disegni compositivi geometrici, come il cerchio o il quadrato, abbiamo seguito il disegno naturale dei corsi d’acqua presenti. E’ un progetto calzato sul territorio e sulle sue risorse. Il masterplan che abbiamo ideato prevede la canalizzazione e razionalizzazione dei vari corsi d’acqua. In più, creeremo dei sistemi di navigazione interna e un lago centrale.

Sarà una città che darà l’esempio in fatto di sostenibilità?
Certamente si. Un principio che spesso si trascura è di non fare danni sul territorio su cui si agisce. Quindi cercare di salvaguardarne l’equilibrio ambientale. Sui 30 milioni di metri quadrati, la presenza di edifici e infrastrutture sarà relativamente bassa, occupando pochissimo il suolo. Useremo materiali rigorosamente riciclabili. 15 milioni di metri quadrati poi saranno destinati a zone verdi e d’acqua. In questi sorgerà il Globe Park, grande due volte e mezzo il Central Park di New York, un giardino botanico, un acquario e anche una collinetta per lo sci alpino. 

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Addomesticare le acque del Volga non sarà facile.
Dovremo gestire soprattutto gli overflow, le piene del fiume. Per questo il terreno edificabile sarà sopraelevato di otto metri, creando dei vasi di espansione per le esondazioni. Ciò, fra le altre cose, ci consentirà di sfruttare gli scambi geotermici, qui favorevoli perchè le condizioni climatiche sono soggette a grandi sbalzi di temperatura. Quindi potremo conservare il ghiaccio per i sistemi climatizzati d’estate, mentre d’inverno useremo il calore del sottosuolo. Con grandi risparmi energetici.

Che tipo di energie si useranno oltre al geotermico?
Il sistema idroelettrico e l’eolico. Usare il fotovoltaico è invece difficile visto che qui il sole scarseggia. Stiamo lavorando per avere il minimo inquinamento possibile. Anche se contro quello automobilistico possiamo far poco: la Russia è in crescita e le macchine sono considerate fondamentali per la affermazione personale di ognuno.

La sostenibilità è ormai un must per i progettisti?
Le condizioni del pianeta la rendono un obbligo. Lo studio Benini ragiona così da sempre. Quando noi ne parlavamo era ancora una parola sconosciuta. 

Dopo Pietro il Grande i nuovi “zar” hanno scelto voi. 
E’ una grande soddisfazione essere stati scelti fra i vari gruppi internazionali. E penso che questo sia dovuto soprattutto alla nostra componente umanistica. Cioè un’attenzione rivolta principalmente all’uomo. Quella italiana non è un’architettura esasperata, hi tech: è centrata sulle esigenze delle persone. The Globe, la grande sfera, rientra in questa concezione. Il centro di tutti, visibile da ogni punto della città. E’ tutto studiato in modo che ognuno possa godere allo stesso modo della città. Prima di progettarla abbiamo parlato a lungo con chi dovrà venire a viverci.

L’effetto neve sulla sfera sarà suggestivo..
Abbiamo l’ambizione che The Globe diventi l’icona della città. Con un clima del genere è necessario avere degli spazi coperti, riparati. Lì dentro si potranno passare giornate intere.

Avete inaugurato un modo diverso di pensare la città?
Di sicuro abbiamo trovato le condizioni per creare un punto di riferimento. Questo anche grazie alle autorità russe, su tutte il Governatore Valery Shantsev: è il braccio destro di Putin e gode di un potere forte. Siamo rimasti profondamente colpiti dall’organizzazione tecnica e politica che abbiamo trovato.

Pietro Bellantoni

La strana storia del pensionato miliardario

Ingvar Kamprad

Ingvar Kamprad

Nessuno bada a lui mentre cammina tra gli scaffali del supermercato. Il solito vecchietto in pensione che compara i prezzi dei prodotti alla ricerca dei più convenienti. Porta come tutti da sè le sue buste e come tutti attende il suo turno. Se alla cassiera dicessero che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e comune, è un potente ultramiliardario con interessi economici in tutto il globo, si farebbe una sonora risata, incredula.
Eppure l’anonimo vegliardo è il tycoon di un’industria che ha rivoluzionato nel mondo l’idea stessa di arredamento. E’ mister Ikea, Ingvar Kamprad, possessore di una fortuna personale stimata attorno ai 18 miliardi di euro.
Ikea stesso è l’acronimo delle iniziali del suo nome, di Elmtaryd, la fattoria dove è cresciuto, e di Agunnaryd, il villaggio d’origine nella provincia svedese di Smaland.
Spinge il carrello accompagnato dalla moglie e carica le sue provviste su una vecchia auto, la stessa da 15 anni. Stesso stile per i viaggi in aereo, sempre in classe economica. Grazie ad uno stile di vita riservato, che lo tiene lontano dai fotografi, quello che la rivista svedese Veckans affarer ha definito l’uomo più ricco del mondo, passa a tutti inosservato. Il miliardario deve essere eccentrico, si capisce, alle prese com’è con la noia di una vita che non pone limiti ai desideri materiali. Ma la storia del paperone che vive come uno che non riesce ad arrivare alla fine del mese è anticonformismo inedito. “In genere non voglio strafare nè essere diverso dai miei clienti. Ci tengo a dare il buon esempio”.
Uno stile improntato alla sobrietà borghese, in controtendenza rispetto allo stereotipo della razza padrona. E’ l’Ikea way of life, adottato in prima persona da chi l’ha inventato.
Il luogo sereno della vecchiaia di Kamprad è Epalinges, cantone svizzero di Vaud, un paesino di 7700 abitanti a 10 minuti di macchina da Losanna. Altro che metropoli o megaville in posti esotici. La casa, immersa nelle silenti foreste svizzere, rispecchia fedelmente l’approccio minimal del padrone. Un piccolo complesso di bungalow bianchi condivisi con la moglie Margaretha, da cui ha avuto 3 figli: Peter, Matthias, Jonas. Tutti ovviamente inseriti, dopo una lunga gavetta imposta dal padre, nei vertici manageriali Ikea.
Ufficialmente Kamprad è in pensione dall’86 ma, nonostante l’età (82 anni compiuti il 30 marzo) e la vita appartata, ancora adesso in azienda tutte le decisioni sottostanno al suo avallo finale.
La sua è la parabola comune a qualsiasi altro capitano d’industria che sente la vocazione al guadagno fin dall’adolescenza. I primi soldi li guadagna vendendo fiammiferi porta a porta in bicicletta. In seguito sperimenterà ogni tipo di mercato, da quello del pesce a quello delle decorazioni per alberi di natale, passando per le penne a sfera e le matite. A 17 anni aveva già accumulato quel tanto che bastava per creare la sua prima fabbrica, il germe del miracolo economico e industriale che conosciamo.
Kamprad conosce la sofferenza dello svantaggiato e la volontà di riscatto: dislessico, a suo dire

Insieme alla moglie

Insieme alla moglie

proprio questo handicap ha giocato una parte fondamentale per la fortuna del gruppo. I nomi in svedese dei mobili, per esempio, che hanno contrassegnato un brand, nascono dalla sua difficoltà a ricordare i numeri. Fortuna, determinazione, ambizione. Sono tutte categorie riscontrabili nel vissuto del patron di Ikea, insieme alla dipendenza dall’alcool e alla fedeltà giovanile a dottrine politiche deprecabili. L’attaccamento alla bottiglia, stando alle sue rivelazioni, non è mai stato morboso, mentre la vicinanza a gruppi nazisti è attestata e confermata da Kamprad stesso.
Nel 1994 la pubblicazione delle lettere personali dell’attivista di estrema destra Per Engdahl, nominavano Kamprad come membro degli Engdahl’s pro-nazi, avente l’incarico di reclutare nuovi membri al servizio della causa xenofoba. In seguito Kamprad definirà quella militanza razzista il più grande errore della sua vita, a cui tentò di rimediare anche scrivendo una lettera aperta di scuse ai suoi dipendenti ebrei.
Oggi trascorre la sua vecchiaia come un pensionato qualunque, nella pace e nell’anonimato garantiti dalle montagne svizzere, all’insegna di quella sobrietà e di quel minimalismo che tutto il mondo riconosce anche alla sua prodigiosa creatura.
Pietro Bellantoni