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Classi ponte per stranieri “inutili e dannose”

Il 14 ottobre il Parlamento approva la mozione della Lega che prevede l’introduzione di classi differenziate per studenti stranieri con scarsa conoscenza della lingua italiana. In queste “classi ponte”, poi ridefinite “d’inserimento”, verrebbero raggruppati gli alunni stranieri per seguire dei corsi intensivi di italiano, condizione necessaria per accedere alle classi ordinarie.

La proposta ha scatenato accese polemiche sia in ambito politico che sociale, tanto che negli ultimi giorni il ministro dell’istruzione, Mariastella Gelmini, ha smorzato i toni prospettando dei semplici corsi pomeridiani di lingua.

Cosa ne pensano i diretti interessati, cioè i genitori di bambini stranieri e non, che ogni giorno vivono l’esperienza concreta dell’integrazione? Siamo andati in due scuole elementari di Milano: l’istituto comprensivo di via Giusti, quartiere a elevata concentrazione di immigrati cinesi, dove il 30% degli iscritti non è italiano, e la Diaz di via Crocefisso, in pieno centro città. La quasi totalità degli intervistati ha le idee chiare: separare i bambini stranieri dal resto della classe non può che rallentarne l’integrazione, invece che facilitarla. Per alcuni la proposta è addirittura chiaramente discriminatoria quando non apertamente razzista.

La bocciatura della proposta leghista è condivisa anche da alcuni esperti di pedagogia, Cesare Scurati, direttore del dipartimento di pedagogia dell’università Cattolica del Sacro Cuore, e Giovanni Semi, ricercatore dell’università Statale di Milano. Per entrambi è proprio la diversità – la disomogeneità presente in un unico gruppo – a favorire l’apprendimento, mentre la divisione rappresenta un ostacolo nel processo formativo. Secondo Scurati l’insegnamento della lingua del paese ospitante non spetta soltanto alla scuola, ma avviene anche all’interno dei nuclei familiari e attraverso le relazioni sociali. La pensa così anche Washington Pizarro, coordinatore della consulta degli stranieri di Pero, periferia ovest di Milano. La sua è una storia di impegno in prima persona per una integrazione possibile. Da Machala, Ecuador, si trasferisce in Italia otto anni fa insieme alla moglie, Veronica. I tre figli, Andrea, Adrian e Angie, li raggiungeranno solo quattro anni più tardi. Washington li iscrive a scuola, abituandoli a parlare italiano anche in casa. Oggi, a suo dire, lo parlano meglio di lui, anche grazie alla presenza di compagni di scuola italiani. Senza classi di inserimento.

 

Pietro Bellantoni

Edoardo Cavadini

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