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Storia patria

Qualcuno un giorno dovrà raccontarmi perché, anche se lo so. Siamo al 149esimo, e tutte le istituzioni, il comitato nazionale e i vari esponenti politici sono pronti a celebrare come si deve un anniversario di morte, nefandezze, eccidi, stupri, di rozza invasione, di arroganza, di prevaricazione economicamente interessata e tronfia. Duemilaundici, un secolo e mezzo di falsità, di storia deviata e omessa. Il Risorgimento e la successiva unità d’Italia non sono storia patria, ma sono stati volutamente assunti come valori non sindacabili, impermeabili alle legittime revisioni storiche. E allora evviva l’Italia fatta col sangue dei briganti patrioti, delle brigantesse madri di famiglia, dei briganti bimbi e – non è mai troppo tardi – dei briganti anziani. Evviva la storia scritta dai vincitori, imboccata ai vinti e perpetrata come epopea di eroi puri, senza macchia, venuti a sollevare il meridione dalla sua presunta e secolare arretratezza.

Io so che tutto questo fluire sarebbe giunto ad un punto diverso oggi, se qualcuno non fosse intervenuto a piegare la curva del tempo, bloccando a suon di cannonate, roghi, furti e massacri il naturale percorso di un popolo. Con questo rimaniamo italiani, affezionati all’idea di nazione con la quale siamo cresciuti e alla quale sentiamo infine di appartenere. Il desiderio è solo di verità, così da farci capire chi eravamo e chi possiamo ancora essere.

Totì

Limbo

Più vado in giro, più mi guardo in giro, più mi rendo conto di non essere veramente in giro. È soltanto un fenomeno riscontrabile dalla fisica il mio calcare quella terra che in fondo non mi appartiene. Esistessero dei rilevatori meta-fisici, avrei la certezza e non più solo il rimpianto che l’altra metà del mio essere ha una residenza fissa, non si muove, è indissolubilmente radicata nell’isoletta dello spirito dove il destino ha deciso di collocarmi da principio. Perché è proprio di radici che si tratta. E non tutte sono della stessa sostanza. Quelle di cui io mi trovo munito sono estendibili all’infinito, non si spezzano, sono riavvolgenti, anche. Con cadenza fissa, mi richiamano, si tendono e mi trascinano. Come l’acqua dà nutrimento alla pianta, allo stesso modo ricevo energia spirituale e mentale dalla mia terra. È un tormento che non mi fa essere nomade fino in fondo, ed è il tormento che voglio.

E ti vorrei rinnegare, e vorrei amarti di più. Se ti voltassi le spalle sarei più libero di pensarmi e le altre bellezze del mondo non uscirebbero continuamente perdenti da paragoni finora inevitabili. Se ti amassi di più dovrei forse dimenticarmi di tutto il resto. E allora meglio questo limbo? È probabile che il tempo delle decisioni non sia ancora venuto. Non viene mai quando dovrebbe. È un permanere nell’indefinito non dettato dalla volontà, ma dalle varie necessità. Mi risulta difficile non continuare a sognare una comunità in cui ognuno sia dotato della propria dignità, nella quale sia possibile realizzare aspirazioni personali e di vita. Perché finora vivere a Scilla ha sempre significato essere fuori, essere altro, guardare da lontano senza rincorrerlo un tempo storico che si muove e va avanti. Amare questo paese fino in fondo significa dedicare la propria vita ad esso e a nient’altro. Perché questo paese ha bisogno di tutta l’energia dei suoi figli, grida, si agita e smania per l’assenza di cura, per le potenzialità inespresse, per l’abbandono che subisce giorno dopo giorno. Non so come finirà la mia storia, né quella degli altri figli, né quella della mia piccola e negletta isoletta.          

Totì

E la tempesta travolse tutto

Questa è la storia di una redenzione. Questa è una storia di riscatto. Questa è la storia degli eventi straordinari avvenuti a Scilla nel maggio del 2011. Questo è l’inizio.

Erano giornate primaverili quando tutto cominciò. Non troppo calde, molto insignificanti. Come sempre, la vita era quella di sempre, le solite insoddisfazioni e prospettive assenti. Individualismo, c’era solo questo fra i giovani scillesi. Il loro futuro li ossessionava, il passato spesso si confondeva col rimpianto. Il presente invece lo vivevano così, senza grandi slanci, in un torpore innato e imparato a furia di esempi. Per non dire dei maturi e dei vecchi. Loro erano da tutta la vita dei semplicissimi singoli. Le strade della città non erano che lastre di cemento, non già simboli facili di unione o comunità, ma catrame duro verso casa, e la piazza era a pochi o molti metri da casa, il tabaccaio era a pochi o molti metri da casa, tutto era a pochi o molti metri da casa.

Da tanto tempo ormai, nel torbido colpevole di questa generale indolenza, alcuni avevano preso il controllo di tutte le strade, incaricati dall’inerzia universale di definire il senso e l’applicazione del concetto di comunità. Anche il libero e prolifico esercizio dell’immaginazione non si spingeva troppo al di là della realtà vera, e di voglia di impegno oltre se stessi se ne riscontrava ben poca. Dappertutto era un continuo mugugnare, un lamento infinito che contagiava gli anni che seguivano gli anni, sempre sempre sempre, e in pochi riconoscevano la nobiltà del silenzio, della coerenza.

Nacque tutto all’improvviso. Nessun laboratorio, nessuna preparazione. Fu schiacciato un semplice interruttore e la carica partì, e in un crescendo di enfasi la tempesta si scatenò, fino ad arrivare a travolgere il maggio del 2011. Bastò una frase senza autore, quattro parole messe lì a mo’ di proclama, a generare l’inimmaginabile, a muovere gli animi e gli intenti: “Buone nuove, stavolta. Insieme per la rivoluzione della normalità”. Furono un attimo, un gesto e un’idea, ma si impressero prepotenti nel corso della piccola storia del piccolo paese. Come un esercito che aspetta la tromba prima di sferrare l’attacco, il popolo più illuminato scagliò la pietra furibonda che diede avvio all’impresa.

Divennero migliaia, si chiamarono il popolo delle Buone Nuove.

Ma quali i protagonisti su cui riporre le speranze di una rivoluzione per cui non c’era storiografia, per cui non esistevano modelli di riferimento provenienti dal passato? Intanto un neonato idealismo cercava sodali, adesioni, cenni di assenso. Il più era fatto. L’idea di un futuro nel segno della comunità prendeva sempre più corpo, non già come dovere, ma come esigenza personale dei singoli. Fu la sublimazione definitiva di quell’individualismo comune a tutti ma ancora incompiuto. Piano piano cominciò a delinearsi un senso del tutto inedito di responsabilità, a conferma del mutamento avvenuto nella coscienza collettiva.

Nessuno ne conosceva il motivo, eppure questo cambiamento lo si riscontrava nei volti luminosi, nelle parole lungimiranti, nei propositi visionari ma fecondi, espressioni e atteggiamenti sconosciuti prima di allora. Mai a Scilla, nel tempo precedente la nascita e l’esplosione della Tempesta, si era udita la forza di un tale sogno, di una tale impresa comune.

Oltre a sconvolgere il corso previsto delle cose, ebbe questo merito, la rivoluzione del maggio 2011: riportò nella mente di ognuno il valore della speranza, che lentamente, lentamente, andava riducendo lo spazio entro cui avevano sempre trovato ospitalità le ombre scure del disfattismo, per secoli il vero e immobilizzante padrone della città.

I lavori per scegliere gli Innovatori, i portatori delle istanze della Tempesta, durarono il tempo utile ad un’unità di ferro. La rosa dei nomi fu pronta.

Un sentimento nuovo scosse i fatiscenti ma agguerriti palazzi del potere: la paura di perdere tutto.

Continua…?

Totì

Albe

Tutte le albe sono uguali. C’è sempre il sole che si mette in quel modo lì, il mare che ondeggia secondo i suoi moti imperscrutabili, il vento sottile, aggraziato o assente che aspetta di far provare il suo tocco.

Sei o sette persone tutti i giorni ne aspettano una a Scilla. O forse è lei che fa loro una continua sorpresa. Tutto è calmo e lento in quella parentesi, c’è solo voglia di caffè, silenzio e sigarette. La piazza, mentre il buio si addormenta, diventa il luogo dal quale alcuni osservano il più lento risveglio di altri. È sempre così, durante tutte le albe.

Ma quell’alba lì è stata diversa. Lo scenario abituale rotto dall’irrompere frettoloso di una ragazza piangente, disperata. E, più di tutto, arrabbiata. Si sapeva che qualcosa sarebbe successo. Le fiamme laggiù a marina erano già più basse, di tempo ne era passato. La barca bruciava già da un po’, qualcuno sarebbe arrivato. Quello che per tutti poteva essere uno spettacolo straordinario, che stonava con l’inizio quotidiano, per quella ragazza era un divampare apocalittico, visto con occhi da cui fuoriusciva un pianto che racchiudeva quello di un’intera famiglia, di una storia decennale, di una tradizione custodita quasi come senso e perpetuazione della vita stessa.

Non c’è stato però solo il pianto. E non è mai stato un pianto di rassegnazione. Mentre portavano le sigarette alla bocca, gli scillesi dell’alba hanno potuto ascoltare – forse loro malgrado – le invettive e il grido di sfida: “Uscite fuori, bastardi, fatevi vedere! Uscite, uscite!”. Nessuno di loro avrebbe usato parole del genere, ancorché adirato e vinto. Fosse capitato a un uomo, si sarebbe chiuso in un orgoglioso silenzio, senza dare segni di sofferenza, senza dare “soddisfazione” alcuna agli esecutori del rogo. L’animo ferito ma nobile della ragazza, invece, ha scatenato tutt’altro, ha squarciato almeno per una volta quell’omertà dignitosa che, se si vuol essere onesti, rientra pur sempre in una mentalità troppo intrisa di mafia. E così tutti i presenti hanno assistito a qualcosa che in genere si etichetta come stucchevole o banale, frutto della sensibilità troppo accesa delle “femmine”. In quel caso, però, le urla, le lacrime, i pugni in aria e sul muro hanno assunto un irripetibile significato simbolico, in quanto generati da un atto di purezza di spirito, di profonde e assolute libertà e fierezza. La schiena di tutti i presenti, c’è da scommetterci, è stata percorsa da un brivido di inadeguatezza, di codardia. In quegli attimi e in quelli subito a venire, ognuno ha dovuto fare i conti con la sua Paura, con quella Coscienza che sempre, con tanta o poca intensità, preme sul cuore. Molti avranno continuato la loro giornata senza ascoltarla, ma le lacrime e la rabbia della ragazza di certo avranno avuto il merito di ridestare qualcosa che troppo spesso si preferisce assopire. Ed è nella intimità di questa stessa casa che è la Coscienza che ognuno si scopre uomo o qualcosa che all’uomo si avvicina.

Totì

Scilla 2130

L’ultimo carico era finalmente pronto. Gli ultimi ottanta uomini. Poi l’evacuazione sarebbe finalmente finita. Gli ultimi ottanta su una popolazione di 15 mila persone. Il tenente Brambi poteva essere soddisfatto. Usando le maniere spicce – anche se mai era stato necessario ricorrere alla violenza – era riuscito a deportare un intero paese in soli due giorni. Avrebbe ottenuto di certo un riconoscimento, una medaglia forse. Ora si asciugava la fronte soddisfatto, dando al contempo sguardi di apprezzamento ai suoi uomini. Poteva finalmente pranzare decentemente e senza fretta, alla mensa degli ufficiali allestita vicino al comando delle operazioni, nello spiazzo davanti a quella che era l’antica Salerno-Reggio Calabria.

Era stato facile, tutto sommato. Non c’erano state proteste o resistenze eccessive. Tutti in fila ordinati e soprattutto ubbidienti. Ciò che per il tenente era difficile da capire era proprio quella remissività, quegli uomini che andavano incontro all’esilio forzato senza urlare, senza dimenarsi. Si preoccupavano solamente che i loro rispettivi congiunti – donne, bambini e anziani – fossero trattati a modo. Per il resto salivano sui camion tranquilli e senza nessuna animosità nei confronti dei soldati.

Brambi il primo giorno non ci fece caso. Ma ora che il suo lavoro era finito non poté fare a meno di pensarci. Li stavano portando via da tutto, per sempre, non avrebbero mai più visto quel luogo, quel mare, quelle colline basse. Eppure non c’erano state lacrime, non c’era stata nostalgia, ma calma e tacita accettazione.

Terminato il pranzo, Brambi decise di fare un giro per le stradine sconnesse del paese. Voleva controllare che non ci fosse più davvero nessuno. Era un eccesso di zelo, lo sapeva, ma in realtà l’intenzione era di fare quattro passi per stare un po’ lontano dagli schiamazzi dei suoi militari e dalla birra versata per festeggiare la fine della deportazione. Camminava e guardava le case diroccate, le finestre di legno tutte crepate, i piccoli orti disseminati qua e là completamente abbandonati. Quando arrivò in piazza Repubblica popolare di Scilla, la piccola vastità del luogo e la brezza che arrivava dal mare agitato lo fecero sentire bene. Provò per un attimo la sensazione di essere il padrone di quella scena, di quella meravigliosa culla dalla quale vedere dall’alto in basso tutta la Sicilia, lo Stretto, la rupe.

Gli alti comandi avevano progettato un bombardamento per costringere gli abitanti alla resa, ma non ce n’era stato bisogno. Avevano accettato la prigionia e l’esilio senza combattere, semplicemente tendendo le mani al ferro delle manette.

Il tenente sapeva che in determinati periodi da dove si trovava lui era anche possibile ammirare Stromboli, Vulcano, Lipari. O gustare dei tramonti come tuorli d’uova perfetti. Oggi all’orizzonte si imponevano però solo le nuvole grigie. La pioggia stava per arrivare. Ma l’ufficiale decise di proseguire comunque verso la parte bassa del paese.

Il silenzio dei vicoli, rotto solo dal turbinio dei marosi, gli procurava una quasi dimenticata serenità. Come si poteva abbandonare senza lottare un posto così? Capì che la risposta di un lumbard come lui poteva essere lontana dalla comprensione reale delle cose.

Arrivato nell’antico borgo semisommerso di Chianalea, trovò un sedile in marmo, dalla cui prospettiva poteva scorgere i resti dell’antico porto della città. Sarebbe stato molto più semplice caricare tutti su una nave e portarli via, pensò. Ma da quando u Principali aveva disposto la distruzione delle banchine, nessuno le aveva più ricostruite. Era il 2083 quando venne dato l’ordine. La costruzione della muraglia iniziò due anni dopo. Era l’opera più costosa della storia di Scilla che, una volta ultimata quattro anni più tardi, isolò il piccolo paese del Tirreno dal resto della Newcalabria e dal resto del mondo. Ma l’isolamento non fu subito totale.

Fu u Principalinu, figlio e successore di diritto del Mammasindaco, ad attuare delle misure più estreme. Con ordinanza comunale approvata da un’unanimità prigioniera, sequestrò per mezzo delle sue squadre di strazzagiacchi tutti i telefoni cellulari, proibendone categoricamente i nuovi acquisti e chiudendo l’unico rivenditore della città. Qualche settimana più tardi fu la volta dei palmari e di tutti i dispositivi che davano accesso alla newnet. Fece saltare in aria lo sbocco della A3 e piazzò le sue milizie, i liccaculi, in tutti quei  punti nei quali il muro non dava buona protezione dalle incursioni esterne.

Per tutto il tempo in cui i mammasindaci operarono alla sparizione della città, gli scillesi continuarono come se nulla fosse la loro esistenza quotidiana. Certo, le abitudini dovettero cambiare e qualche timida protesta si alzò durante le riunioni mensili nelle quali i gerarchi del regime popolare incontravano il loro popolo e ascoltavano i suoi bisogni. Ma a nessuno conveniva ribellarsi più di tanto. Il comunato dispotico aveva dato loro un lavoro, una casa. Spesso posizioni di rispetto all’interno del palazzo del potere sindacale. Quando si aveva coscienza del progressivo ed inesorabile decadimento civile e democratico – e non sempre questo avveniva -, si allontanava il pensiero valutando i pro e i contro, le possibili sconvenienze e le probabili ritorsioni. Con il beneplacito di questa ignavia, il regime riuscì con facilità nei suoi propositi, e ben presto Scilla divenne un’enclave autonoma e indipendente nella punta della Calabria, staccandosi così dal resto dell’Italia e dalla confederazione europea dei cinquanta stati. Un’isola circondata dalla terra e dal mare, i cui abitanti non potevano, né in fondo volevano, dare segni della loro presenza nel mondo.

La politica nazionale inizialmente sottovalutò e poi colpevolmente permise l’indipendentismo scillese. Quando il governo moderato del 2103 finalmente decise di agire e di ristabilire l’unità territoriale nazionale, ci si rese conto ben presto che sarebbe stato necessario l’uso della forza. Non tanto contro l’imbelle governo autoritario scillese, quanto contro il suo potente e ambiguo protettore: il movimento politico-militare dei tre cavalieri spagnoli. Favorendo la politica illiberale del governo locale, il movimento mirava a far scomparire Scilla dalle cartine geografiche, in modo da favorire l’ascesa turistica e commerciale di altre realtà regionali più direttamente sotto il controllo dei tre cavalieri.

Fu soltanto nel 2128 che il nuovo governo reazionario centrale trovò un accordo con i cavalieri. Si sarebbe ristabilita l’unità e abbattuto il muro, e proprio i cavalieri avrebbero preso il controllo politico ed economico di Scilla. Ma il piano poteva essere attuato solo a condizione che i cittadini scillesi – accusati senza distinzioni di favorire e appoggiare il regime comunale – fossero tutti deportati a vita a Lampedusa, nell’isola formicaio dove il governo centrale aveva trasferito tutti gli immigrati africani presenti sul territorio nazionale.

Lì seduto, il tenente Brambi pensò a tutto questo. Era soddisfatto del lavoro che aveva fatto e presto sarebbe ritornato a casa, da moglie e figlia. Fu proprio l’immagine delle sue donne ad immedesimarlo nelle scene degli ultimi due giorni. “E se fosse capitato a me?”, si chiese. Era sicuro che si sarebbe battuto, che avrebbe lottato anche a costo della vita pur di non abbandonare la terra dei suoi padri, il luogo in cui aveva lavorato e per cui si era impegnato, affinchè la figlia e i suoi nipoti potessero viverci bene e impegnarsi a loro volta. Qui era stato diverso, e ancora non gli riusciva di capire.

Si alzò. L’aria era tutt’a un tratto diventata pungente. Abbottonò la giacca e mise su il cappello da ufficiale. Guardò ancora verso il porto, e poi subito dopo le poche case che non erano ancora state completamente avvolte dal mare. “Eppure c’è tanta di quella magia – pensò –, c’è così tanta poesia”.

Totì

Scilla e i tipi umani

Quanti tipi umani può annoverare Scilla? Che varietà di individui nasce, vive, lavora, crea, soffre e muore qui, sulla sponda meno nota dello Stretto? Considerando solo le circa tremila anime di Scilla paese, si nota quanto il ventaglio sia ampio e variegato, tanto da confermare un aggiustamento dell’antico adagio: tutti i paesi sono mondo. Con proporzioni evidentemente diverse, esiste un’umanità non molto dissimile da quella di Milano, New York o Londra.

Vogliamo parlare dei vecchi? Li abbiamo, eccome. Tanti anziani, anziani di tutte le età, belli, sani, energici, col bastone o senza una ruga; e non ci mancano neppure quelli malandati, trascurati o del tutto abbandonati. Il calcolo demografico dice che sono troppi, che il loro folto numero fa necessariamente il paio con l’esigua presenza di bambini. E già, Scilla è un paese vecchio. Non è per forza un male, ma tant’è. Tutto facilmente spiegabile: chi si sposa più, a Scilla? La logica imporrebbe agli aspiranti coniugi che almeno uno di loro avesse un lavoro. Ebbene, chi lavora più oggi a Scilla? Ecco, abbiamo i disoccupati, i senza-reddito, i mantenuti a vita. In una formula: è qui la culla dei bamboccioni. Trentenni? A volte anagraficamente appartenenti alle due decine successive.

Al piccolo borgo non fanno difetto sedicenti intellettuali che non hanno mai letto un libro e forzati pescatori dalle mani callose. Giovani talenti dell’informatica e ragazzi che conoscono e conosceranno solo la fatica della zappa e dei campi. Imprenditori che danno lustro e capitalisti senza il becco di un quattrino. Persone obbligate ad inventarsi un mestiere e professionisti tra i più capaci nel loro settore. Abbiamo avvocati che non hanno mai esercitato e architetti e ingegneri che purtroppo l’hanno fatto. Forse ci sono anche i vigili, e si dice esista anche qualcuno che li comanda.

Si incontrano per la strada smidollati dal passo imperioso e marcantoni che non reggono un incontro di sguardi.

Abbiamo i drogati, dipendenti o meno. Drogati per emulazione, per difetto di personalità o anche per paura o per gioco. E non mancano ovviamente gli spacciatori, importati o fatti in casa, adolescenti o più maturi.

Abbiamo puttane a pagamento costrette dagli eventi, puttane che hanno capito che conviene o puttane semplicemente gratuite. Abbiamo invalidi civili beffati e invalidi che potrebbero fare la traversata Scilla-Favazzina accontentati. Abbiamo pavoni sul lastrico e poveracci che investono nelle principali borse europee.

Ci sono marinai girovaghi che hanno visto il mondo ma mettono Scilla in cima alla scala. E c’è chi si trasferirebbe in un qualsiasi altro posto sconosciuto, se solo potesse.

Non c’è traccia di una squadra di calcio, e tanti potenziali talenti rimarranno solo dei potenziali talenti. Poi ci sono i presunti campioni che, a detta di molti, avrebbero meritato la serie A, la nazionale, il mondiale di Germania, e nei tornei parrocchiali hanno difficoltà a stoppare un pallone in modo decente.

Qui, proprio qui, ci sono omosessuali tranquilli, accettati, e altri costretti ad andar via. Abbiamo lesbiche, quelle disinibite, quelle accoppiate e quelle che non sanno di esserlo.

C’è chi maledice ogni giorno d’esser nato a Scilla e chi si impegna a far scomparire la maledizione.

Hanno residenza in questo luogo dimenticato da Dio baciapile rivoltanti, e ferventi cattolici in affari con la chiesa. E c’è anche chi vive la propria fede nella riservatezza della propria casa.

Abbiamo picciotti che domani si convertiranno e altri per cui si profila una brillante carriera. Un gran numero di viscidi portaborse interessati, consiglieri che vengono consigliati, e sedicenti politici ai quali la giustizia della storia non dedicherà nemmeno una targa. Abbiamo anche un sindaco, e in piazza c’è chi dice ve ne siano addirittura due.

Niente male, per una comunità con così poche anime.

Esiste anche una categoria di cui non si è detto, perché per il momento è reticente a mostrare facce e nomi: quella dei cittadini.

Totì

Solipsismi

Il titolo è chiaro? No? Sì che lo è. Pensieri intimi, privati. Deliri interni senza sbocco o fuoriuscita, una meta precisa o un fine edificante e morale. Compagni di viaggio critici e preziosi, a volte, però,  poco sopportabili.

Fu un filosofo il cui nome inizia con l’acca il primo a teorizzare il concetto di estraniamento. Con questo termine, il genio tedesco voleva indicare il processo di oggettivazione che si attua allorquando uno scrittore, un pensatore, un bardo o, come in questo caso, un semplice cialtrone delle idee, mettono nero su bianco – trasformandoli in testi – i loro pensieri, le loro riflessioni. Così facendo colui che scrive, detto banalmente, vede fuori di sé se stesso, si rende altro rimanendo uguale.

E’ indubbia l’utilità della scrittura, in tal senso. L’oggettivazione rende possibile un’analisi più efficace dei propri meccanismi psichici, dei propri pensieri, rendendo possibile, se ne è il caso, un distacco ed eventualmente una rigenerazione dell’io. O anche, una semplice purificazione, una liberazione da pesi opprimenti.

Pensate allo uno stomaco di uno stitico. Anche se ci si può affezionare ai propri difetti, arriva un momento in cui diventa ineludibile l’evacuazione. Per il proprio benessere. 

Ora, sia chiaro, l’obiettivo è solo questo.

Già mi vedo il lettore attento e spaccapalle… “Ma se sono questioni personali, perché ce ne metti a parte? Che cazzo ce ne fotte a noi?”

Giusta osservazione, mio caro lettore. Ma devi sapere un paio di cose.

Primo: sono una persona molto disordinata. E allora potrei approfittare dell’archivio di Malanova per poter ritrovare in qualsiasi momento e con semplicità tutte le cazzate che scrivo. Basta? No?

Secondo: è un buon modo per testare – grazie agli inevitabili commenti – quanto certe riflessioni siano aderenti alla realtà e non piuttosto dei vaneggiamenti senza sostanza.

Terzo: mi sono affezionato all’idea di dare il mio piccolissimo contributo alla crescita di questo sito che, grazie all’impegno ammirevole di alcuni amici, da molti anni cerca, molto spesso in chiave ironica, di analizzare e comprendere il divenire (l’involuzione inesorabile?) di questo controverso microcosmo chiamato Scilla.

Quarto: i discorsi di piazza sono sempre complicati. Devi attendere il tuo turno, sovrastare la voce degli altri, dare dignità – per rispetto all’interlocutore – anche alle più mostruose baggianate prodotte forse da un contesto troppo asfittico, limitato. Qui, e mi sia permesso, posso finalmente solo parlare. Quanto a voi, avete la possibilità di usare un’unica micidiale arma: la vaffanculazione spinta.

Per tutte queste stupide ragioni, ho deciso di inaugurare Solipsismi. Una rubrica che forse spesso non supererà l’esame della coerenza e della puntualità ma, mi auguro, proverà sempre a evitare il già detto, il banale, l’ovvio. Non sarà possibile in ogni caso, ma l’impegno viaggia in questa direzione.

 Totì