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Stretto e correnti

Pietro Bellantoni

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La Darsena della discordia

2009 Osservato Speciale – La corsa al pallone d’oro

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A questo punto dell’anno il mondo del calcio ha già consacrato le sue squadre regine, consegnato le sue coppe e distribuito i suoi premi. Tranne uno, il pallone d’oro, il più importante trofeo a livello individuale. E, come quasi sempre accade, anche quest’anno il nome del vincitore sembra scontato. Tutti puntano sul talento del Manchester United e del Portogallo: Cristiano Ronaldo. I Red Devils sono riusciti nell’impresa di vincere campionato e champions e Ronaldo è stato il grande protagonista con 31 reti su 34 partite in premiership e 8 su 11 in Europa.
Il campione del Manchester ha anche superato il record appartenuto a George Best di 33 gol fra coppe e campionato, imbattuto da 40 anni. Dopo la rocambolesca vittoria del Manchester in finale a Mosca, con il Chelsea prima a un passo dal trionfo e poi sconfitto, l’altro grande appuntamento calcistico erano gli Europei. Fernando Torres ha incantato con la sua classe mista a fiuto innato per il gol ma le sue prestazioni, decisive per la conquista del titolo della Spagna, forse non basteranno a scalzare Ronaldo dal primo posto. Probabile quindi che alla fine risulterà secondo nella classifica di France Football. 

Leo Messi, malgrado una stagione non esaltante del Barcellona, si ritaglierà quasi certamente uno spazio sul podio, inseguito dal giocatore che in questi mesi sta dando grande sfoggio della sua classe e trascinando l’Inter, Zlatan Ibrahimovic. Il grande escluso, complici delle prestazioni non sempre straordinarie, sarà Kakà, su cui peseranno anche le colpe di un Milan deludente in Champions e in campionato.

Ma il 2009 è ancora tutto da scrivere. E mancando i grandi tornei delle nazionali, i più forti del mondo dovranno puntare tutte le loro fiches sulle coppe per club, senza far mancare il loro contributo anche nei rispettivi campionati. Giocare bene senza trionfi di squadra non basterà a vincere l’ambito premio e ad entrare negli almanacchi calcistici.

I nomi sono sempre gli stessi, con qualche nuovo talento a caccia di successi e di gloria.

Le schede dei candidati vincitori del 2009:

L’ANNO DI LEO MESSI

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E’ considerato il talento più straordinario del panorama calcistico internazionale. Diego Armando Maradona, neo ct dell’Argentina, conta su di lui per ricostruire una squadra vincente. E anche per il Barcellona è diventato ormai il giocatore simbolo in grado con un guizzo di cambiare gli equilibri delle difese avversarie. Se la muscolatura piuttosto fragile non gli darà noie, come spesso è capitato, e il Barça riuscirà a vincere la Champions, sarà senza dubbio lui il successore di Cristiano Ronaldo.

GUARDA LE GIOCATE DI LEO

CRISTIANO RIUSCIRA’ A RIPETERSI? 

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Dopo la stagione da urlo dello scorso anno Ronaldo deve confermarsi. Ripetere quelle prodezze che hanno portato il Manchester a vincere campionato e champions non sarà facile. Quest’anno è stato fuori nelle prime partite della stagione per un brutto infortunio e ancora non sembra recuperato pienamente. In più, i Diavoli Rossi hanno perso la supercoppa europea contro lo Zenit di San Pietroburgo e arrancano in campionato dietro al Chelsea. Vincendo il mondiale per club di dicembre, però, Ronaldo potrebbe trovarsi ancora fra i primi tre l’anno prossimo.

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TOCCHERA’ A ZLATAN?

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Dire che se lo merita, il pallone d’oro, è scontato. Le qualità tecniche e fisiche di Ibrahimovic sono indiscutibili. Dipendesse solo da quelle, glielo avrebbero già racapitato a casa. Le incognite riguardano piuttosto un carattere non proprio semplice e un rendimento in coppa dei campioni non sempre all’altezza della sua fama. La sua squadra poi, l’Inter, è ormai da troppo tempo lontana da un trionfo in Champions League e, se questa tendenza non cambierà, le chanches di Ibra di diventare il numero uno rimarranno basse. Mourinho riuscirà a far diventare il 2009 l’anno buono, per Zlatan e per i nerazzurri?

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KAKA’ E IL PURGATORIO DELLA COPPA UEFA

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E’ il numero uno del mondo in carica, pronto a cedere il trono quasi certamente al portoghese Ronaldo. Ha i numeri e la classe per vincerlo ancora, il pallone d’oro. Solo che per quest’anno sarà durissima. Il Milan, campione d’Europa nel 2007, è fuori dalla champions, il torneo più prestigioso che assicura la massima visibilità. E Kakà pagherà dazio per questa assenza. Vincere la coppa Uefa potrebbe non bastare. Servono anche il campionato, dove l’Inter è la squadra da battere, e il ritorno delle prestazioni eccezionali alle quali ha abituato i suoi tifosi. Nonostante questo il passato giocherà di certo a suo favore, facendolo entrare anche quest’anno e nel 2009 fra i primi 5 del mondo.

Il dubbio c’è, ma se queste immagini non fossero taroccate? La coppa Uefa conterebbe davvero poco…

GLOBETROTTER UNICO O BUFALA TECNOLOGICA?  

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LAVEZZI INFIAMMA NAPOLI. E IL MONDO?

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E’ l’uomo che sta ridestando nei napoletani quei sentimenti sopiti dall’addio di Diego Armando Maradona. Come il pibe de oro anche lui è argentino e possiede una classe fuori dal comune. Con Leo Messi ha contribuito in modo decisivo alla vittoria dell’Argentina alle olimpiadi di Pechino. Dribbling funambolici e velocità irresistibile lo stanno mettendo nelle mire dei più grandi club europei. Le potenzialità ci sono tutte, ma se vuole vincere il pallone d’oro deve convincere De Laurentiis a costruire un grande Napoli oppure cercarsi un’altra squadra.

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Pietro Bellantoni

A beautiful Mike – Fenomenologia di un successo

mikefoto26Umberto Eco contro Mike Bongiorno. Il carnefice geniale all’attacco della vittima inerme. E’ il 1963 quando il futuro scrittore de Il nome della rosa pubblica Diario minimo, una raccolta di scritti brevi destinata a fare epoca e ad innescare un fervido e avvincente dibattito culturale. Uno dei saggi, su tutti, scatenò la reazione trasversale di opinionisti, teste d’uovo, esponenti del jet set. La Fenomenologia di Mike Bongiorno.

L’oggetto era la televisione ancora bambina, i suoi effetti sul pubblico, i suoi contenuti, i suoi protagonisti. Il paradigma fu Mike. Assunto come simbolo ed emblema della mediocrità che piace al pubblico. Perchè in essa può specchiarsi e pensare inconsciamente di poterla superare.

Umberto Eco

Umberto Eco

“Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. […] quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta.

[…] Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. […] In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. […] professa una stima e una fiducia illimitata verso l’esperto. […] Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi.

[…] Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più fecondo di lui. […] Mike Bongiorno è privo del senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso […] Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti”.

Ecco, a 45 anni di distanza, il giudizio di Mike sulla Fenomenologia e sul suo autore.   

 

Pietro Bellantoni

Un inferno chiamato autostrada

 Alcuni, prima di imboccare la corsia di accelerazione, tenendo fermo il volante con la sinistra, fanno il segno della croce. Altri portano automaticamente la mano ad accarezzare il cornetto rosso scaccia sventura. Altri ancora, nel momento fatale, voltano lo sguardo al sedile del passeggero, verso i loro cari, amici, parenti. Si assicurano che abbiano indossato la cintura di sicurezza. Ma la maggior parte dei calabresi ormai non ci fa più caso. Entrano nelle carreggiate infernali persuasi, per forza di cose, che tutte le autostrade del mondo siano come la loro, l’ormai mitica, o forse mitologica come i mostri, SA-RC.

L’autostrada che collega la Calabria al resto della penisola, più di ogni altro simbolo rappresenta l’emblema di una regione distaccata, quasi irraggiungibile, diversa, pericolosa. I calabresi hanno messo squame d’acciaio sulle loro auto e sul loro coraggio. Quotidianamente la percorrono imponendosi dei surplus di concentrazione e attenzione spesso non necessari a chi viaggia al nord. Conoscono i rischi. Prova ne sia che gran parte degli incidenti riguarda persone estranee a questo tipo di viabilità alternativa (nel senso letterale dell’alternanza: si è sballottati continuamente da una corsia ad un’altra, da una carreggiata ad un’altra), provenienti dal resto del Paese o stranieri.

Villa san Giovanni. L’auto macina asfalto velocemente mentre, prettamente sulla corsia di sorpasso, cerca di farsi largo fra i grandi tir appena sbarcati dai traghetti FS e Caronte. Hanno molta fretta gli autisti, chiedono tutto ai loro motori potenti nell’illusione di poter recuperare il tempo perduto per l’imbarco a Messina, poi per la traversata dello Stretto, lo sbarco. Quanto lo vorrebbero il ponte! Un ticket e via, Sicilia e Calabria unite da questo colosso ipertecnologico, a quattro corsie, orgoglio architettonico italiano nel mondo. Ma cotanta perfezione mal si concilierebbe con l’inefficienza trentennale della SA-RC.

Santa Trada. Fra Villa e Scilla, il primo accenno di un calvario lungo 400 km. Deviazione, corsia destra chiusa, tutti a sinistra. I cassoni dei camion spinti all’estremo ondeggiano pericolosamente per seguire i birilli posti al centro della carreggiata. Poche centinaia di metri e la strada torna regolare e ordinata. Tre gallerie male illuminate e si arriva a Scilla. Di nuovo la strada torna a restringersi e stavolta non per pochi metri. Si cammina incolonnati per un km e lo sguardo non abituato a questo modo di procedere è attratto dal corridoio vuoto. Sembra tutto in perfetto stato, l’asfalto è integro, non ci sono operai con giacche rifrangenti arancioni al lavoro. Semplicemente è chiuso e il perché non è immediatamente comprensibile. 2 km e un cartello eloquente. Due carreggiate e una freccia puntata a sinistra che le attraversa. I paletti stringono sempre più fino a spingere le auto verso una ripida discesa, il collegamento di due strade asimmetriche: una più in alto, l’altra più bassa. C’è uno stop. Per entrare in corsia bisogna attendere che non arrivi nessuno sfrecciando alle spalle. Poi, prima innestata e giù l’acceleratore per togliersi in fretta da un guaio. La carreggiata porta a sud, ma qui anche a nord. Chi sale e chi scende, in un’unica e angusta strada, solo dei birilli di plastica a separare. Colonne di auto a sinistra, colonne di auto a destra.

Guidare e vedere la mole rumorosa dei camion correre a pochi metri dalla propria fiancata è un’esperienza unica. I brividi sono costanti. Uno starnuto e una piccola sterzata provocherebbero un’ecatombe di auto e uomini. Un insetto fastidioso nell’abitacolo causerebbe l’effetto domino ben espresso dall’esempio della farfalla che sbatte le ali in Cina. Un guasto all’auto bloccherebbe il traffico per ore. Le autorità hanno chiesto pazienza ai viaggiatori: sono in corso i lavori di ammodernamento nel tratto fra Gioia Tauro e Reggio, diversamente non si può fare. Ma i calabresi da quando è stata costruita non hanno mai visto la loro autostrada agibile. Quella che cercano di far passare come una condizione straordinaria, di fatto è sempre stata la regola.

In fila indiana, la lingua d’asfalto s’inerpica sui costoni dell’Aspromonte. La strada in salita porta pian piano verso il punto più alto di tutti i 400 km. Qui si snoda uno dei ponti più alti d’Europa. Collega un paio di valli e dal basso i suoi sostegni sembrano i trampoli di un gigante. Si torna sulla carreggiata nord, ma i paletti sono ancora lì a segnare una corsia unica. Questo è forse uno dei tratti più pericolosi dell’intero percorso. La strada adesso è delimitata da blocchi di cemento pesante alti e spessi. Fino a pochi anni fa, invece, a separare i viaggiatori dal baratro c’era soltanto un guardrail rinforzato e raddoppiato in altezza, fasciato da una rete metallica.

Questo è lo scenario che ha dato materiale per decenni a cronache di vere e proprie carneficine, incidenti spaventosi spesso ignorati dall’opinione pubblica. Se si potesse raggiungere a piedi, la zona sarebbe colma ad ogni metro di mazzi di fiori a ricordo delle tragedie che qui si sono consumate. Padri, figli, famiglie intere distrutte, annientate, inghiottite dall’infinito gorgo che da decenni la SA-RC continua ad alimentare.

Tutt’intorno gli scheletri di montagne scarnificate, prossime ospiti del nuovo percorso, oggetto delle cure della Impregilo, la società di costruzioni più grande ma anche più discussa d’Italia. Fra colonne di fumo denso e movimento incessante di mezzi pesanti, i lavori di cantiere procedono regolarmente. Affidati, per lo più, in subappalto alle ditte locali, le quali si servono dei mezzi per le grandi opere della Impregilo, quelli per la trivellazione delle rocce o per il trasporto dei materiali di sostegno ai ponti e gallerie, ma sostanzialmente hanno il controllo dei cantieri. Le infiltrazioni della ‘ndrangheta sono certe e l’interesse a che i lavori proseguano ad oltranza, con gran dispendio di denaro pubblico, pure. D’altronde è così che funziona su quest’autostrada da decenni. Non è la negligenza o l’incompetenza dei costruttori e degli amministratori a determinare i cantieri perenni sulle strade, bensì una volontà precisa, perpetrata proprio da coloro che ne traggono beneficio.

A queste altitudini e in queste condizioni di viabilità la cosa peggiore che può capitare sono i banchi di nebbia, purtroppo molto frequenti”, dice Giuseppe, barista della stazione di servizio di Bagnara, “si è costretti ad andare avanti a tentoni, senza un punto di riferimento perché spesso le strisce sono sbiadite, con le auto che procedono nell’altra corsia nel senso opposto. Senti solo il rumore del motore, o lo sferragliare dei tir. In quel caso non resta che raccomandare l’anima a Dio”. E’ una situazione temporanea? “Si viaggia così da sempre”.

Palmi. Finito il lungo ponte, l’automobilista ha la possibilità di testare efficacemente la reattività di risposta alla sterzata della propria macchina: dei birilli colorati tracciano una gincana folle, a volte di difficile interpretazione. Dalla corsia destra alla sinistra, poi di nuovo a destra per trasferirsi una curva dopo nella carreggiata sud. Si va avanti così per chilometri. Con la paura di sbagliare. Di immettersi per sbaglio nel corridoio contrario. Di trovarsi di fronte all’improvviso un’auto che viene incontro, senza possibilità di fuga.

Gioia Tauro. Ogni variante al percorso ufficiale implica lo scontro frontale. Morte sicura.
A osservare con occhio lucido la SA-RC ci si stupisce che dopotutto la maggior parte dei viaggiatori ne esca indenne. Attraversandola ci si rende conto di quanto è vicina la morte, di come, alla fine, ci accompagni sempre, nella vita e ad ogni curva, ad ogni frenata. Un’autostrada metafora di una vita che resiste.

Rosarno. All’uscita dall’ultimo paletto, dopo 65 km percorsi pericolosamente, gli automobilisti danno gas, finalmente la strada sembra allungarsi nella normalità. L’asfalto è nuovo, le strisce perfettamente visibili, la carreggiata larga con l’aggiunta della corsia d’emergenza. E’ un tratto ultimato da poco. Ma è solo un tratto. La normalità dura solo 15 km. E chissà per quanto tempo ancora.

Vibo Valentia. Lo stato d’emergenza da queste parti è stato da molto tempo assunto come regolarità. A terra le strisce sono gialle: il segnale indica a chi viaggia che l’autostrada è temporaneamente non in perfette condizioni e lo esorta a fare attenzione. Solo che quelle strisce sono gialle da più di 20 anni. Cantieri aperti ai tempi della prima repubblica e mai chiusi.

La SA-RC è una manna per tutte le cosche calabresi. Ogni famiglia ha il suo tratto da gestire e la sua fetta di finanziamenti da intascare. Le imprese di costruzioni che operano sull’autostrada, usano strategie ormai consolidate nel tempo. Una di queste riguarda l’uso dei materiali. Senza tener conto dei progetti iniziali, si utilizzano prodotti scadenti di facile usura, in modo tale da rendere necessari interventi continui di manutenzione.

Lamezia terme. Le strisce gialle seguono il tragitto fino all’uscita a Lamezia. Luogo dell’affarismo mafioso, della ‘ndrangheta capitalista. Le pale eoliche ingombrano i monti circostanti, ma sono tutte ferme. Camminare in questa piccola cittadina di poche decine di migliaia di abitanti può dare l’impressione di trovarsi in una grande città del nord. Lungo la statale, ogni 50 metri si erge una concessionaria d’auto. Tutte le marche più famose, ma anche le emergenti giapponesi e indiane. In città lungo ogni via, ad ogni angolo di strada, le insegne degli istituti di credito. Ce ne saranno una trentina. Supermarket e centri commerciali sono distribuiti capillarmente su tutto il territorio. L’aeroporto di Lamezia, in pochi anni, da punto di snodo marginale è diventato lo scalo più importante della Calabria, con voli anche internazionali.

Un sistema che funziona insomma (anche troppo, per la verità), segno che anche qui, se c’è la volontà, le cose possono funzionare come in ogni altra parte d’Italia. Una testimonianza delle capacità, purtroppo quasi sempre sopite, di questo popolo, che stride con la bolgia di lamiere e cemento della SA-RC. Un cantiere perpetuo che nessuno ha intenzione di chiudere visti gli interessi economici in ballo. Un percorso a ostacoli e un gioco alla morte che confina sempre più la Calabria nel suo mondo, incomprensibile per lo più al resto d’Italia.

Pietro Bellantoni

We can too! – Il salotto della politica ora è Youtube

obama21Non fosse avvenuta in America, l’elezione a presidente di Barack Obama potrebbe essere definita una rivoluzione. Ma gli Stati Uniti sono abituati a cambiar pelle di continuo, ogni volta che il momento storico lo richiede, pur rimanendo in un solco già tracciato. E questo è stato anche Obama: un cambiamento nella continuità, come è stato detto da più parti. Fisicamente ed etnicamente il presidente eletto rappresenta il nuovo, l’inedito, l’inimmaginabile fino a qualche anno fa, ma, a ben guardare, il suo programma politico, i suoi principi guida, i valori ai quali si richiama, traggono origine dalla più classica tradizione americana.

Eppure, se di semplice ma fondamentale cambiamento si tratta, l’elezione di Obama ha comunque sancito una rivoluzione non della politica ma del modo di farla. E questo stravolgimento del come, destinato ad evolversi nel tempo più che a riavvolgersi su se stesso, ha internet e i suoi strumenti come veicoli decisivi e, a questo punto, vincenti. La rete era lì, pronta e potente come un’onda in attesa del suo surfista. Obama l’ha cavalcata, favorito anche dalla giovane età e quindi da una diversa sensibilità in materia rispetto ad un McCain non aduso a queste forme di tecnologia.

I dati parlano chiaro. Su internet Barack batte 4 a 1 McCain. Basando l’analisi sugli “amici” conquistati nei frequentatissimi social network, Facebook e MySpace, il leader democratico ha avuto un numero di supporters di gran lunga superiore all’esponente dell’elefantino. Su Facebook, 2 milioni e 382 mila, contro i 620 mila di McCain; su MySpace 900 mila per Obama contro i 217 mila del veterano del Vietnam.

IL DOMINIO SU YOUTUBE

Ma è sul sito di video-sharing più famoso al mondo che Obama ha dato il meglio di sè, surclassando il vecchio avversario. Qui il suo canale ufficiale è stato visitato da più di 18 milioni di persone, contro i 2 milioni scarsi di McCain. Senza contare i filmati caricati autonomamente dai suoi sostenitori.

Pamela Anderson ha avuto meno click di Obama

Pamela Anderson ha avuto meno click di Obama

Cliccando “Obama” sul motore di ricerca interno saltano fuori più di trecentomila video. Per avere un’idea del traffico utenti su Youtube basti pensare che i filmati dedicati all’icona sessuale più famosa, Pamela Anderson, sono all’incirca 17 mila, mentre quelli per Johnny Depp sono più o meno 70 mila. Video divertenti, impegnati, seriosi, combattivi, ironici. Una valanga inclassificabile fatta di endorsement caserecci, di comparsate televisive, di fotomontaggi in cui appare come un supereroe destinato a cambiare il mondo o come un boxeur che manda al tappeto il “vero” eroe di guerra repubblicano. Famosissimi sono poi i video di ragazze siliconate e non dal fisico bombastico che dichiaravano apertamente il loro amore per il senatore nero.  

Tutta pubblicità autogenerata che si muoveva e si muove in rete, non esplicitamente richiesta per così dire, ma che ha accresciuto a dismisura il consenso attorno ad Obama, creando un movimento trasversale e internazionale di opinione. Una dinamica elettorale nuova, non editata dai palazzi del potere (col sistema broadcast, per fare un parallelo internettiano) ma animata dagli elettori stessi (podcast) che, in questo caso attraverso i filmati, hanno dato forza alle proprie opinioni e forma al loro impegno. Grazie a Youtube gli americani hanno potuto seguire i comizi di Obama in giro per i 50 stati, hanno familiarizzato sempre più con quel volto, quella voce. Con le sue idee. Quando un discorso li ha particolarmente attratti l’hanno segnalato ad amici, parenti, colleghi. Una rete incontrollabile. Formidabile. Un fenomeno cresciuto via via nel tempo che ha concorso alla trasformazione di un outsider in un candidato democratico, fino a farlo diventare il favorito e poi il vincitore della campagna presidenziale.

Parlare di rivoluzione non sarebbe corretto, gli Stati Uniti ne hanno avuta una, nel 1776, e da allora non se n’è più parlato. Ma Obama ha inaugurato un nuovo modo di far politica, negli States e nel mondo.

Pietro Bellantoni

I discorsi

Dayton, Ohio  Convention di Denver  Virginia  Philadelphia  Iowa  St. Louis  Florida

Video divertenti su Obama