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Il catastrofismo di Mimun e le sintesi di Riotta

Più che mezzi di informazione, i telegiornali rappresentano momenti di autocoscienza collettiva, distorta o icastica che sia. In tal senso, gli specchi nei quali gli italiani maggiormente si riflettono sono il Tg5 e il Tg1.

Formula Tg5: cronaca nera enfatizzata fino all’esasperazione. Clemente Mimun l’ha farcito di atmosfere apocalittiche. Un tg sconsigliato ai facilmente impressionabili. Frutto di un giornalismo ansiogeno, zeppo di assassini seriali, stupratori incalliti e squilibrati minacciosi.

Ha la faccia di un luminare della scienza, ma Gianni Riotta non è altro che un contabile. Come ogni altro direttore del Tg1, anche lui è costretto a dosare con “buonsenso” interventi e apparizioni di politici che pretendono la loro fetta quotidiana di ribalta. Il candore della sua camicia bianca non rende l’idea del compromesso che spesso lega giornalismo e politica.

La cartelletta della differenza

mentNon ho seguito con attenzione il debutto alla conduzione di Matrix di Alessio Vinci, nè le puntate successive. In una tappa del mio consueto zapping, però, ho avuto modo di vederlo all’opera, anche se solo per pochi minuti. Senza badare ai contenuti del dibattito in corso, una particolarità mi ha subito colpito. Alessio Vinci usa la cartelletta.  

Il suo predecessore le mani le usava per sorreggersi il mento o accompagnare le parole. “Mitraglia” era (ed è) capace di seguire un’intera scaletta a memoria e di parlare all’impronta e con competenza di qualsiasi argomento di rilevanza giornalistica, citando date, fatti e circostanze con una tempistica che mette in mostra memoria e vivacità intellettuale prodigiose.  

Ciò non toglie nulla al valore di Vinci, ma è contraddistintivo del talento di un professionista di cui Mediaset ha pensato bene di privarsi.

Pietro Bellantoni