Archivi tag: Mafia

Zona grigia e clan: un seminario per capire

Seconda edizione delle giornate di studi organizzate dal Museo della ‘ndrangheta.(Leggi qui).

Annunci

“È vero, il certificato antimafia non serve a niente”

“Ha ragione Brunetta: il certificato antimafia non serve a niente”. A condividere la contestatissima affermazione del ministro per la pubblica amministrazione è Lucio Dattola, presidente della camera di commercio di Reggio Calabria. Durante il suo intervento al convegno “Etica nelle professioni” – in memoria dell’ingegnere Demetrio Quattrone, ucciso dalla ‘ndrangheta nel 1991- Dattola ha spiegato: “Una attestazione del genere non ha alcun senso in questo momento di crisi economica. Il certificato antimafia costa dai 40 ai 60 euro, soldi spesi inutilmente, visto che si potrebbero sottoporre a verifica soltanto i primi nelle graduatorie. Invece oggi commercianti e imprenditori sono costretti ad affrontare oneri non necessari e lungaggini burocratiche”. Posizione non condivisa da Enza Rando, dell’ufficio legale dell’associazione Libera: “Come fa il governo a stilare un codice antimafia e subito dopo dire che il certificato non serve più? È evidente che esiste un problema di credibilità.

Pietro Bellantoni

“In Calabria opera una potente zona grigia”

Don Ciotti, fondatore e presidente di Libera, ha partecipato a un convegno che si è svolto in occasione dell’anniversario della morte di Demetrio Quattrone, l’ingegnere assassinato nel 1991 insieme all’amico, il medico Nicola Severino. (Leggi qui).

‘Ndrangheta, nuove minacce al giornalista Piccolo

Non si ferma l’offensiva della ‘ndrangheta contro i giornalisti calabresi. La notte scorsa Ferdinando Piccolo, corrispondente del Quotidiano della Calabria dalla Locride, ha trovato davanti alla porta della sua abitazione di Bovalino una busta con dentro proiettili a salve e un messaggio intimidatorio: “Giornalista infame non scrivere più di San Luca, questo è l’ultimo avvertimento”. Per Piccolo si tratta del secondo episodio di questo tipo in una sola settimana. Dall’inizio del 2010 sono già 18 i cronisti minacciati o aggrediti, costretti a lavorare in un contesto in cui la libertà di stampa è vista molto spesso come una intollerabile infamia. Ai problemi dell’informazione, bisogna poi aggiungere i gravi attentati contro il potere giudiziario degli ultimi mesi, con le bombe alla procura di Reggio e davanti alla casa del procuratore Di Landro. Elementi che evidenziano con drammatica chiarezza quanto la Calabria sia oggi una regione in pericoloso fermento.

Proprio per riportare l’attenzione sulla realtà calabrese e i rischi che ogni giorno corrono giornalisti, magistrati, forze dell’ordine e amministratori, il 25 settembre Reggio Calabria ospiterà la manifestazione “No ‘ndrangheta”, promossa dal direttore del Quotidiano della Calabria, Matteo Cosenza. Un evento che nelle premesse ha tutte le carte in regola per essere una grande festa civile a favore della legalità, grazie anche all’adesione convinta di movimenti, associazioni, sindacati, università, amministrazioni provinciali e comunali. E’ proprio Cosenza, in un editoriale sul suo giornale, a spiegare il senso della giornata: “Ben venga finalmente un sussulto delle coscienze come si vide a Palermo dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio e come non ci fu in Calabria dopo l’uccisione altrettanto esemplare di un magistrato come Scopelliti”. Un’occasione per affermare la vera identità dei calabresi e dare sostegno a giornalisti come Piccolo, e con lui ai vari Agostino Pantano, Giuseppe Baglivo, Michele Albanese, Gianluca Albanese, Antonino Monteleone, Angela Corica, Agostino Urso, Lucio Musolino, Riccardo Giacoia, Saverio Puccio, Giovanni Verduci, Michele Inserra, Giuseppe Baldessarro, Guido Scarpino, Pietro Comito, Leonardo Rizzo, Filippo Cutrupi. Tutti semplici cronisti, costretti a recitare la parte di eroi in una terra difficile.

Pietro Bellantoni

Report perugini – La IV giornata

Il commento della quarta giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Ascolta

stampa14

Report perugini – L’antieroe Oliva e la mafia

rubenLa mafia vive e prospera e il giornalismo la ignora. L’analisi di Ruben H. Oliva è impietosa. Il giornalista italo-argentino, già aggredito una volta dalla camorra, non esita a definire «imbarazzante» il lavoro dei media italiani riguardo la mafia. Troppi i silenzi, troppe le inchieste che il pubblico non ha mai visto, cassate perchè «Secondo molti direttori la mafia non fa più notizia». Oliva, ex reporter de La Repubblica, Radio Popolare e del Secolo XIX, la pensa in modo diverso. Il suo lavoro dimostra che le organizzazioni criminali sono attive più che mai e il giornalismo non può coprirsi gli occhi. Lungometraggi come ‘O Sistema e La Santa testimoniano di un impegno di denuncia e informazione spesso ignorato dall’opinione pubblica, dai grandi mezzi di comunicazione.

Realizzati con Matteo Scanni ed Enrico Fierro, ‘O Sistema e La Santa raccontano un mondo di affari e omicidi, di estorsioni e faide, di consuetudini ataviche accompagnate dall’uso smaliziato dei più moderni mezzi tecnologici.

Oliva, Scanni e Fierro non appaiono mai in video, le loro inchieste si concentrano sull’oggetto dell’indagine e sui suoi personaggi. Il protagonismo del giornalista moderno è lontano dalle loro convinzioni. «Veniamo dalla scuola dei vecchi cronisti, per i quali il giornalismo doveva raccontare la realtà e i reporter erano dei semplici lavoratori della notizia».

Pietro Bellantoni

Quale futuro per Pino Maniaci?

Pino Maniaci

Pino Maniaci

Fino a qualche giorno fa di Pino Maniaci sapevo solo che era un siciliano senza paura che attraverso la sua Telejato denunciava le malefatte di Cosa Nostra. E’ stato il mio amico e collega Manfredi Lamartina a darmi la possibilità di dare un volto a quel nome e di conoscere più a fondo la sua coraggiosa battaglia.

Manfredi era venuto a sapere che mercoledì 19 novembre Maniaci avrebbe premiato un rapper palermitano allo Iulm di Milano, in occasione del “Premio videoclip 2008”. Così mi chiese di accompagnarlo per realizzare un servizio.

Arrivati in facoltà, non appena le porte scorrevoli si aprono, sento Manfredi dire: “Eccolo lì”. Malgrado l’ingresso trafficato, lo individuo subito. Un uomo piccolo e magro, il classico tipo che si conserva elastico e agile nonostante l’età, sulla sessantina. Mi colpiscono i suoi curatissimi baffoni alla Nietzsche, che dominano un volto scarno e solcato da lunghe grinze.

Maniaci riconosce subito Manfredi, a cui aveva rilasciato un’intervista alcuni mesi fa: sembra contento di vederlo e lo saluta con calore e un doppio bacio. Vengo presentato e la sua stretta di mano è forte e affettuosa. Posso scorgere una febbrile inquietudine nei suoi occhi che si muovono vivaci dietro gli occhiali, assumendo sguardi teatrali e ampiamente espressivi. Difatti molte frasi restano a metà: il resto, da buon siciliano, spetta alla mimica, anche quella delle mani.

La prima impressione che ne ricavo è di un uomo perfettamente a suo agio nei panni di paladino a rischio dell’antimafia. Ci dà il suo consenso per un’intervista.

Quelli che lo accompagnano lo invitano a prendere un caffè al bar. Maniaci invita di rimando anche noi e, mentre ci avviamo, tenendo sottobraccio Manfredi gli chiede: “Hai visto questo?”, “Quella puntata l’hai vista?”. Capisco che si riferisce ai servizi di Telejato. “Dalla Stalla…”. Intervengo: “Cos’è la Stalla?”. La Stalla è una zona di Partinico. “Un’area abusiva da dove la mafia gestiva i suoi traffici che ora è stata smantellata”. Grazie alla crociata di Maniaci. “Ottenuta la delibera per la demolizione, nessuna ditta ha voluto eseguire i lavori. Abbiamo fatto venire i guastatori dell’esercito”. Da allora Maniaci conduce i suoi programmi seduto su una sedia in mezzo alla Stalla, divenuta ormai un simbolo.

Al tavolino del bar, nonostante mi conosca da un quarto d’ora, mi rende partecipe di indiscrezioni scottanti, segreti non troppo difficili da scoprire, della sua personalissima sfida alla mafia.

Mi ricordo che è sotto tutela. Qualcosa di simile all’essere sotto scorta. Il mio istinto paranoico mi porta a pensare che, probabilmente, mentre noi tre stiamo chiacchierando, qualcuno potrebbe guardarci, qualcuno potrebbe riferire. Oppure qualcuno potrebbe sparare… Allontano queste possibili sciocchezze. La mafia non è sconfitta, dice. L’hanno piegata e colpita duramente, ma è ancora lontana dall’essere battuta, come da molte parti si inizia già a raccontare. 

Maniaci parla e parla, racconta ed è tranquillo anche quando accenna a macchine bruciate, intimidazioni, contatti troppo ravvicinati della figlia – anche lei impegnata con il fratello nell’attività di denuncia condotta dal padre – con superboss dai “portafogli a soffietto” e senza scrupoli. 

Nel suo coraggio si specchia l’assenza del mio. Già schierarsi pubblicamente contro la mafia, impegnarsi contro di essa, deriderla e sputtanarla, è un atto di eroismo incosciente. Farlo poi con la collaborazione della tua famiglia, dei tuoi figli, è follia pura e semplice.

Lo ascolto con attenzione, ma nella mia testa si fa strada un pensiero filmico e parallelo. Mi vedo in un futuro imprecisato, davanti a un microfono e a un giornalista che parla. “Lei ha conosciuto Maniaci, con il suo assassinio la mafia ha vinto?”.

Si dice che i sogni, anche quelli ad occhi aperti, se comunicati non si avverano.

Questo post vuole essere un omaggio e un’occasione per scongiurare una tragica eventualità.

Pietro Bellantoni