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Idv parte civile nei processi sul debito di Reggio

I consiglieri regionali di Italia dei Valori annunciano la costituzione di parte civile nei processi sul disavanzo comunale. (Leggi qui).

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Il Pd: “Scopelliti e Arena si dimettano”

C’è preoccupazione tra i democrat dopo la relazione depositata dagli 007 del ministero dell’Economia. Il debito accertato ammonta a 170 milioni ma mancano le passività accumulate con Sorical, Acquereggine e quello dello swap sottoscritto da Palazzo San Giorgio. (Leggi qui).

Scopelliti, Formigoni e il caso Zagato

L’asse di ferro tra Scopelliti e Formigoni continua a mostrare molti lati oscuri. Dopo la discussa convenzione tra Infrastrutture Lombarde e Regione Calabria, recentemente bocciata dall’Authority per la concorrenza, scoppia un nuovo caso che riguarda la nomina del giornalista Gianandrea Zagato a consulente per le relazioni istituzionali della Regione Calabria. Un incarico che suscita alcune perplessità, come ha sottolineato Franz Brambilla Perego dal sito Dagospia: “Chissà che cosa bolle in pentola tra i governatori Formigoni e Scopelliti, con contorno di Podestà? È quello che si chiedono i bene informati del Pirellone e dintorni, dopo che Gianandrea Zagato, già penna vicinissima al Giornale di Paolo Berlusconi, storica bestia nera di Filippo Penati, già portavoce fidatissimo di Podestà in Provincia, poi spedito in Pedemontana a fare la direzione della comunicazione, ha dovuto lasciare anche l’ultima poltrona per far posto al suo ex vice a Palazzo Isimbardi, Corrado Dragotto. Ma non è rimasto con il posteriore scoperto a lungo, il buon Zagato – continua Brambilla – visto che ha agguantato una poltrona nuova di zecca: consulente per le relazioni istituzionali della Regione Calabria con sede a Milano. Relazioni istituzionali con chi? Con Formigoni, we suppose. Che stia nascendo qualcosa sull’asse Milano-Reggio (che non passi per Buccinasco, of course…)?”

L’incarico a Zagato segue il controverso accordo tra Ilspa e Regione Calabria per la costruzione degli ospedali di Catanzaro, Gioia Tauro, Vibo Valentia e della Sibaritide. La convenzione, sottoscritta lo scorso dicembre dai due governatori, il 30 settembre è stata ritenuta illegittima dal Garante per la concorrenza, in quanto l’Ilspa “Dovrebbe svolgere attività rivolte essenzialmente alla pubblica amministrazione di riferimento, cioè erogare beni e servizi a supporto di funzioni amministrative di cui resta titolare la Regione Lombardia”. Invece, stando all’Authority, “la convenzione si concretizza in un affidamento diretto di attività che, lungi dal consistere nella produzione di beni e servizi strumentali all’attività della Regione Lombardia, vanno a beneficio di un altro soggetto pubblico, la stazione appaltante”. Insomma, come ha sottolineato anche il Corriere della Sera, l’accordo comporterebbe un “indebito favore al Pirellone”.

Adesso la sempre più stretta collaborazione tra Scopelliti e Formigoni ha portato Zagato a ricoprire il ruolo di consulente per la Regione Calabria. Dobbiamo aspettarci l’intervento di un altro Garante?

Quel Corridoio che esclude il Sud

Prendete una cartina geografica e puntate un pennarello su Helsinki, capitale finlandese; muovete la mano e tracciate una linea verso il basso, che attraversi il centro Europa fino a giungere in Italia. Tenete presente che la direttrice, nella sua applicazione reale, si trasformerà in una serie imponente di infrastrutture: porti, autostrade, scali, alta velocità e strade ferrate. Proseguite a sud, fino a Napoli. Stop, adesso deviate verso Bari, per poi tuffare la linea sull’Adriatico, a disegnare una inedita “autostrada del mare” che, coprendo 450 miglia marine, dovrebbe collegarsi a La Valletta, Malta. Avete appena tracciato il percorso del Corridoio 5 Helsinki-La Valletta, che l’Europa ha preferito al vecchio Corridoio 1 Berlino-Palermo, previsto dalla programmazione in scadenza nel 2013.

In sede di bilancio pluriennale 2014-2020, infatti, la Commissione europea ha deciso quale sarà l’asse principale di collegamento del Continente, tagliando fuori dalle rotte europee Calabria, Basilicata, Sicilia e parte della Campania, compreso il fantomatico ponte sullo Stretto. Inutile parlare degli effetti economici di una simile decisione, che esclude dal progetto le regioni più povere d’Italia, relegando così una parte del Paese a un sempre maggiore isolamento. Senza contare poi che il nuovo Corridoio negherebbe quei principi di coesione territoriale, sociale ed economica su cui si fonda il Trattato Europeo, che nella riduzione delle disparità regionali individua la condizione per la crescita dell’Unione.

Il primo segnale di questa inversione di rotta si verifica il 19 gennaio scorso, quando l’Executive Agency del Ten-T (Trans European Network) stanzia un milione di euro per uno studio sulla “nuova visione del corridoio Adriatico”. Poi il 29 giugno viene pubblicata la bozza sulla rimodulazione della rete, che elimina il Corridoio 1 a favore della direttrice Helsinki-La Valletta.

È stato il governatore siciliano, Raffaele Lombardo, il primo a mobilitarsi contro le scelte dell’Unione, e ad attirare l’attenzione della politica, fino a quel momento colpevolmente distratta. Lombardo ha inviato due lettere al presidente della Commissione europea, sollecitando anche l’impegno del premier Berlusconi e dei parlamentari italiani. Così il 20 settembre, a Bruxelles, le regioni Calabria e Sicilia, insieme al ministero delle Infrastrutture, alle Ferrovie dello Stato e alla società Ponte sullo Stretto, hanno chiesto l’integrazione dell’asse Napoli-Salerno-Gioia Tauro-Reggio Calabria-Messina-Catania-Palermo al percorso verso Malta. L’aspetto singolare della vicenda riguarda però la tempistica: la revisione del Ten-T era nell’aria da tempo, ma evidentemente è stata sottovalutata dal governo italiano che, fuori tempo massimo, adesso tenta di correre ai ripari.

La reazione, da parte del presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, arriva solo il 21 luglio. In una lettera al presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, il governatore esterna le sue preoccupazioni riguardo le modifiche al programma iniziale, sottolineando  gli effetti devastanti per la Calabria e il sud in generale derivanti da queste scelte. La risposta della Commissione arriva il 5 ottobre, con le parole del capo di gabinetto di Barroso, Johannes Laitenberger: “La Calabria sarà oggetto di una particolare attenzione al momento del perfezionamento della rete principale. In tale contesto sono anche presi in considerazione i collegamenti con la Sicilia, l’inclusione dei porti e degli aeroporti siciliani e l’estensione dei corridoi alla Regione Calabria”. Ma il rischio che si tratti di un semplice contentino è reale. In una lettera inviata al commissario ai trasporti dell’Unione, Siim Kallas, il ministro alle infrastrutture Altero Matteoli puntualizza: “Onde evitare equivoci, preciso che il collegamento Napoli-Bari era stato indicato come segmento antenna integrato al Corridoio 1 per consentire un possibile collegamento con il Corridoio 8 (Bari-Durazzo-Varna). Un’inclusione che però non doveva compromettere in alcun modo l’essenzialità e l’organicità del collegamento Berlino-Palermo”. Ma ogni intervento a questo punto potrebbe essere tardivo. Il programma europeo, infatti, sarà ufficializzato il 19 ottobre. Poi il nuovo piano sarà valutato da Consiglio e Parlamento europeo, passando per il Comitato delle regioni.

Inserito nei 30 progetti prioritari dell’Unione Europea, il Corridoio 1 doveva collegare Berlino, Monaco, Verona/Milano, Bologna, Napoli, Reggio Calabria/Gioia Tauro, Messina, Catania e Palermo. Un progetto accantonato, dunque, per favorire un’altra direttrice, che preserva lo sviluppo infrastrutturale ed economico delle regioni del nord ed esclude quello del Mezzogiorno. Nell’anno del centocinquantenario, di certo un bel modo per celebrare l’unità d’Italia.

Pietro Bellantoni

Cronaca di un consiglio di guerra

Non ci sono dubbi: quello di ieri sarà ricordato come uno dei consigli comunali più lunghi e travagliati della storia di Scilla. Nove ore di battaglia politica senza esclusione di colpi, dalla quale, in maniera del tutto insospettabile in principio, è infine scaturito un armistizio confortante: una strategia comune per tentare di scongiurare la chiusura dell’ospedale “Scillesi d’America”.

E dire che fin dalle prime battute non si pensava affatto a un lieto fine. Perché a occupare integralmente la scena è stato un Pasqualino Ciccone in grande spolvero, pugnace e aggressivo come non mai. Ogni singolo punto, ogni paragrafo di ogni singolo ordine del giorno sono stati analizzati maniacalmente dal capogruppo dell’opposizione, che per tutta la durata del consesso ha messo in mostra il meglio del suo repertorio in fatto di strali, accuse, colpi di scena, boutade, invettive, sempre accompagnati però da una robusta capacità propositiva in fatto di contenuti. Nessuno della maggioranza è stato risparmiato. L’assessore alle Finanze, Ciccio Bova, è stato uno dei bersagli preferiti dal vulcanico consigliere d’opposizione.

L’acme dello scontro tra i due si è avuto in occasione della relazione di Bova sul bilancio preventivo comunale. “La situazione finanziaria si attesta su un sostanziale equilibrio”, afferma l’assessore, accendendo, di fatto, la miccia della bomba. Ciccone, infatti, prontamente coglie l’occasione per togliersi i sassolini dalla scarpa: “Allora non è vero che il Comune è in una situazione disperata, come avete affermato per mesi! Non è vero che avete trovato macerie finanziarie alle vostre spalle!”.

Di lì a poco Ciccone prende la parola per 2 ore consecutive, durante le quali dà una sua interpretazione sulla situazione della città senza mancare di pungolare continuamente i suoi avversari che, a volte attoniti, a volte lividi di rabbia, stanno lì ad aspettare la fine dell’intervento. Il consigliere di minoranza allora passa in rassegna gli ultimi tre mesi, fotografando una realtà a suo dire poco incoraggiante. Dal trenino (“Ottima idea, ma nessuno si è reso conto che a guidare c’era un solo autista, con grandi rischi per l’incolumità pubblica, e che di quei soldi il paese di Scilla non ha visto un centesimo”) alla presunta situazione debitoria del Comune, dal concorso di vigile urbano ai fuochi pirotecnici abusivi (“Mi è giunta voce che è proprio l’assessore Mollica a dare le autorizzazioni per gli spettacoli, contravvenendo alle disposizioni del sindaco”).

Quando finalmente Ciccone cede la parola, c’è spazio per un altro colpo di teatro, da parte di chi non t’aspetti (o forse sì): Mario Giordano. Il consigliere di maggioranza chiede di intervenire, ma il sindaco, nella smania di affrettare i lavori, tentenna. Altro scoppio d’ira, accompagnato da consistenti accuse nei confronti dei suoi alleati politici: “Non è possibile convocare un consiglio ogni tre mesi. Bisogna tenerli più spesso. In queste condizioni, è normale che poi la minoranza voglia sfogarsi”. Poi, rivolto a Ciccone: “Sei un uomo in gamba, puoi rappresentare il futuro di Scilla”. Ma Giordano non è altrettanto accomodante con la sua stessa maggioranza: “In tutta franchezza, neanch’io ho visto granchè in questi ultimi mesi. Scilla mi sembra sempre più nu iaddinaru. È necessario metterci a lavorare seriamente. Io apprezzo le proposte di Pasquale Ciccone, dal canto mio non lo considero affatto un oppositore”. Tra gli alleati l’imbarazzo è totale. L’isolamento di Giordano è sempre più evidente.

Dopo la sospensione, a prendere la parola è il vicesindaco Mimmo Mollica, che si smarca abilmente dalle accuse di Ciccone per poi esortarlo subito dopo alla calma istituzionale. Ma il capogruppo di minoranza ormai è un fiume in piena. La performance migliore la terrà buona per la discussione sull’ospedale. Principale imputato, Pasquale Caratozzolo. Il sindaco viene così accusato di essere stato troppo compiacente nei confronti del presidente Scopelliti, in occasione della conferenza stampa di due settimane fa: “Lei si è messo in una posizione supina di fronte al governatore. Non ha avuto un rapporto da parigrado, ma da subalterno”. “Piuttosto che stare seduto al suo stesso tavolo – ha continuato Ciccone – avrebbe dovuto stare dalla parte dei cittadini, e protestare insieme a noi per cercare di salvare l’ospedale”.

A un certo punto la situazione rischia anche di degenerare, quando, dopo un battibecco, l’assessore Santacroce si avvicina fisicamente a Ciccone con intenzioni chiaramente poco amichevoli. Tornata la calma, Ciccone si rivolge all’assessore Santo Perina: “In campagna elettorale hai detto che solo il galantuomo Caratozzolo avrebbe potuto salvare il presidio: abbiamo visto i risultati.Voglio proprio vedere se anche ora sarai capace di intervenire con la stessa veemenza che usasti contro l’amministrazione precedente”. Neanche a dirlo, queste bordate suscitano l’ira di Perina: “Lo confermo. Caratozzolo è un galantuomo. L’ospedale non è certo stato chiuso oggi, sta morendo già da troppo tempo”. Adesso tocca a Caratozzolo spiegare: “Io non sono stato in posizione supina, mi sto attivando per l’ospedale da molto tempo, da prima della campagna elettorale. Lo “Scillesi” sta a cuore a tutti, e ci attiveremo in ogni modo per non farlo chiudere”.

Finita qui? Niente affatto. Perché quando il consigliere Giuseppe Vita chiede lumi circa le strategie della maggioranza relative all’ospedale, il consiglio si trasforma in una fiera di proposte e di idee confuse. Insomma, di strategie univoche neanche l’ombra. Ciccone allora dice la sua: “Su un punto noi non intendiamo indietreggiare: bisogna mantenere attivi pronto soccorso e chirurgia d’emergenza, in modo da garantire un servizio fondamentale ai cittadini”. Dopo un’altra parentesi bellicosa tra il consigliere Cambareri e lo stesso Ciccone, si arriva alla quadra. La seduta viene sospesa per dar modo all’assemblea di redigere un documento comune da presentare al presidente della regione, al direttore generale dell’Asp e a tutti i sindaci del comprensorio. Questi i punti del documento: 1. Mantenimento della denominazione ospedaliera del presidio scillese. 2. Riattivazione del pronto soccorso Pet (punto emergenza territoriale). 3. Disponibilità a un’eventuale annessione al “Riuniti” di Reggio Calabria.
Insomma, una giornata campale che si è chiusa con una tregua altamente necessaria.

Pietro Bellantoni

L’ospedale è aperto ma anche chiuso

L’ospedale di Scilla chiude i battenti ma il governatore Scopelliti si ostina a parlare di “conversione” della struttura. Il nosocomio negli ultimi tempi è costretto a subire una inesorabile dismissione dei reparti e dei servizi sanitari principali. In pratica, l’ospedale non esiste più: chiusi i reparti di chirurgia, cardiologia, ginecologia, radiologia e ortopedia; trasferiti i medici e il personale sanitario. Anche il pronto soccorso è solo un ricordo, sostituito con un punto di primo intervento, capace di accogliere solo codici bianchi, cioè le situazioni cliniche meno complesse. A Scilla si può andare se ci si sbuccia un ginocchio, per tutti gli altri casi più gravi il personale medico non è in grado di intervenire. Braccio armato di questo smantellamento indiscriminato è Rosanna Squillacioti, Direttore Generale dell’Asp di Reggio Calabria designata da Scopelliti per l’attuazione del piano di rientro.

Inutile sottolineare i rischi per la salute pubblica derivanti da queste scelte, considerato che lo “Scillesi d’America” è collocato in una posizione strategica, capace di offrire servizi sanitari per gli abitanti delle zone aspromontane e dello Stretto. Si parla di un bacino d’utenza di circa 55 mila persone, in un territorio che, secondo alcuni dati del piano sanitario regionale, soffre di un 31% di posti letto in meno rispetto a quelli necessari.

Ma la nuova retorica della giunta regionale riesce a far passare una catastrofe sanitaria per un successo politico. Si è espresso in questi termini il governatore, durante la conferenza stampa del 17 settembre, convocata proprio all’interno del presidio scillese al fine di fare chiarezza sul futuro dell’ospedale. “Il piano di rientro – ha detto Scopelliti alla presenza della Squillacioti, dell’onorevole Francesco Nucara e dei consiglieri regionali Luigi Fedele e Antonio Rappoccio – ci impone determinate scelte: l’ospedale di Scilla verrà potenziato attraverso una serie di servizi utili per la collettività. Miglioreremo l’offerta ospedaliera, perché il nostro obiettivo è costruire un modello di sanità vincente”. Il governatore ha promesso 30 posti per dializzati, più di 16 ambulatori specialistici, il potenziamento della riabilitazione cardiologica e la nascita del primo centro regionale di prevenzione ginecologica. Il tutto alla presenza dei sindaci di Scilla e dei paesi limitrofi che – senza abbozzare alcun tipo di opposizione e senza tener conto delle virulente proteste della gente che manifestava fuori del presidio – si sono rimessi sostanzialmente alla benevolenza del presidente della giunta. Ma di accordi scritti e garanzie concrete per il futuro neanche l’ombra.

Il presente registra invece una realtà drammatica, ben riassunta dalla testimonianza di un medico del 118, raccolta da La Gazzetta del Sud: “Lavoriamo senza avere assolutamente le spalle coperte. Una signora aveva una ferita alla testa, io l’ho suturata ma non ho potuto completare il mio lavoro. Aveva bisogno di una Tac: l’ho prescritta ed è dovuta partire da Scilla verso Reggio. Nulla di grave in quel caso. Ma davanti a un trauma più serio? Davanti a un infartuato o a un paziente colpito da ictus?”. Lo “Scillesi” non è più in grado di fornire l’assistenza necessaria ai malati più gravi.  Questo stato di cose inevitabilmente comporterà un aumento del flusso di pazienti verso il già congestionato “Riuniti” di Reggio, decretando rischi altissimi per la salute pubblica.

Chissà cosa avrà pensato l’on. Francesco Nucara, strenuo difensore del nosocomio scillese e membro della commissione parlamentare sugli errori sanitari presieduta da Leoluca Orlando. Proprio la bicamerale, nella relazione finale sullo stato della sanità in Calabria presentata il 14 luglio, chiede alla Regione di valutare l’effettiva necessità di chiudere l’ospedale di Scilla. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il pidiellino Giovanni Nucera, segretario-questore del consiglio regionale: “I risultati positivi del presidio ospedaliero scillese confermano la necessità di mantenere attivo un ospedale che, nel corso del 2010, ha incrementato il suo volume di attività del 20%. È chiaro che ci troviamo di fronte a una struttura che si è dimostrata in grado di dare risposte alle esigenze di una vasta comunità di residenti”. Dunque, lo “Scillesi” non rientrava nella categoria “rami secchi” da potare a ogni costo per rispettare il piano di rientro. Invece, con una mossa da vero prestigiatore, il governatore è riuscito a seguire (apparentemente) i consigli della commissione d’inchiesta e al tempo stesso a strizzare l’occhio a una parte del suo elettorato. Più che logiche di risparmio e razionalizzazione dei costi, probabilmente a prevalere sono state logiche politiche poco chiare. Non è un mistero per nessuno infatti che la chiusura di una struttura pubblica come quella scillese inevitabilmente determinerà degli indubbi vantaggi per le molte cliniche private presenti nel territorio reggino. E, forse, i progetti relativi alla riorganizzazione sanitaria del territorio rappresentano una delle chiavi alla base del successo elettorale del centrodestra.

Lo “Scillesi”, evidentemente, non ha sponsor politici all’altezza della missione. “L’ospedale non chiuderà”, ha promesso il governatore. Nel frattempo, però, è chiuso.

Pietro Bellantoni